giovedì 17 aprile 2014

Alla corte del Doppio Trio

L'ultima volta che ho visto i King Crimson era il '96 e a quanto pare a fine anno si riformeranno sotto la guida dell'inarrestabile Fripp... ma quella è un'altra storia.
The Crimson ProjeKCt in realtà è una deviazione dal progetto originario (evidenziato dalle maiuscole KC del nome), uno "spin-off", direbbero gli sceneggiatori di una serie tv; nasce dal fatto che tre degli attuali Crimson siano coinvolti in progetti sperimentali paralleli: gli Stick Men di Tony Levin e Pat Mastelotto (insieme a Markus Reuter) e l'Adrian Belew Power Trio (con Julie Slick e Tobias Ralph che affiancano il celebre chitarrista). In passato c'erano stati altri ProjeKCt (ben sei) ma tutti annoveravano la presenza di Robert Fripp, stavolta no e qualcuno sui giornali ha valuto definire sprezzantemente questa formazione come una "cover band".
Questo progetto nasce esclusivamente per concerti dal vivo, nei quali propongono una miscellanea di brani dei King Crimson suonate in una formazione a sei (simile a quella degli anni '90) e di brani delle due band in trio. Il tour europeo sta avendo sold-out ovunque ed il primo aprile siamo pronti per la data romana all'Auditorium Parco della Musica.
Anche stavolta (capita un po' troppo spesso ultimamente...) il pubblico è stagionatello, ma d'altra parte i crimsoniani della prima ora acquistarono l'album d'esordio (In the Court of the Crimson King) nel 1969: quarantacinque anni fa! Io stesso sono qui con mio figlio quindicenne...
Prima dell'inizio faccio in tempo a procurarmi un official bootleg del 2012, una foto autografata da tutti sei e a fotografare le pedaliere degli effetti dei quattro suonatori di corde elettriche (non sia mai mi riuscisse di riprodurre suoni almeno simili).
La sala Sinopoli è gremita quando alle 21 e 15 si spengono le luci ed entra Markus Reuter che imbastisce un soundscape intitolato "Sultry Kissing Lounge", con la sua touch guitar autocostruita. E' evidente l'insegnamento del maestro Fripp, ma Reuter riesce ad esprimere una forte personalità, che sfocia in "B'boom" con l'ingresso degli altri musicisti. Insieme alla successiva "THRAK", sono la manifestazione del suono più noise e sperimentale dei Crimson fine secolo, ed i fonici sono messi a dura prova nel bilanciamento degli strumenti. Il buon Mastelotto rompe almeno un paio di bacchette, ma anche gli altri ci danno dentro alla grande in un quarto d'ora iniziale davvero impressionante.
La prima "canzone" è "Dinasaur" da Discipline, meraviglioso album dell'81 che rappresenta la scintilla del mio innamoramento con Fripp & soci. La voce di Belew forse è meno tagliente di un tempo, ma l'arrangiamento del brano è tra i picchi della serata. Seguono meraviglie con "Frame by Frame" e "Sleepless" che da sole varrebbero il biglietto. A questo punto escono i tre Stick Men lasciando il palco al Power Trio che dopo due brani ricambiano la cortesia. E' forse la parte meno interessante del concerto, anche se si fa notare il brano "Crack in the Sky (Spiraglio nel cielo)" che Tony Levin canta e presenta in italiano.
Si torna alla formazione a sei ed arrivano nell'ordine: "Larks' Tongues in Aspic, Part 2", "Three of a Perfect Pair" e la splendida "Matte Kudasai". Un ben di Dio che precede una nuova alternanza: prima Power Trio e poi ancora Stick Men. Questi ultimi propongono anche una versione (bizzarra) della suite "L'uccello di fuoco" di Stravinskij.
La scaletta del finale vede i sei riunirsi per "One Time", "Red" e "Indiscipline". Scansioni ritmiche tostissime e tortuosità chitarristiche, vocalità sognante e arrangiamenti vertiginosi: il regno del Re Cremisi continua ad affascinare e divertire.
Impossibile sottrarsi ad un bis richiestissimo (anche se qualcuno già guadagna l'uscita...). Belew esce da solo per "The Court of the Crimson King" solo voce e chitarra, accompagnato dal coro del pubblico. Commovente anche se prescindibile. E poi tutti sotto il palco per "Elephant Talk" e "Thela Hun Ginjeet" (che invece aveva aperto il concerto del '96).
Si chiude così dopo due ore e mezzo, con Tony Levin che scatta foto al pubblico e un divertito Belew che stringe con affetto le mani dei fans in prima fila.
... niente male per una "cover band"!
Photo by Tony Levin

lunedì 31 marzo 2014

E' stato un tempo il mondo...

Sono passati venti anni da quel 19 gennaio 1994. Ricordo nitidamente il primo ascolto di quello che potrei definire uno degli "album della vita".
All'epoca a Roma c'erano almeno tre botteghe di dischi che bazzicavo con regolarità: non c'era internet  e i dischi un po' di nicchia si andavano a cercare nei negozi specializzati. 
Quel pomeriggio, da Revolver, che era vicino a viale Trastevere, cercavo tra i cd usati quando ascoltai le prime note di "Celluloide" diffuse dall'impianto del locale. Voce profonda che mi ricordava qualcosa ... un basso martellato e pieno ... chitarre distorte ma con gusto. Chi sono? chiedo. Il commesso mi allunga la custodia in digipak sulla quale spiccano gli occhi inquietanti (ed inquieti) di Giovanni Lindo Ferretti. Consorzio Suonatori Indipendenti... ma che razza di nome è? Poi parte "Del mondo": nessun dubbio, preso.
Io i CCCP del primo periodo li reggevo poco, negli anni '80 io adoravo i Litfiba, i Diaframma (epoca Miro Sassolini), i Moda (di Andrea Chimenti) e i Violet Eves (Nicoletta Magalotti, voce meravigliosa, dove sei?). Nel '94 però non avevo più alcuna band italiana di riferimento, perché ormai sciolte o oppure svaccate come i Litfiba stessi. Quel pomeriggio, con Ko de mondo, avevo ritrovato la vita nel rock italiano ed infatti l'ho riascoltato un milione di volte: ancora oggi, dopo vent'anni, finisce spesso nel mio lettore cd.

In Bretagna
Anche la storia della realizzazione dell'album è molto interessante. I C.S.I. nascono dalle ceneri dei CCCP-Fedeli alla linea, che già nell'ultimo album (Epica Etica Etnica Pathos) avevano mostrato uno straordinario cambio di rotta e di sonorità, grazie all'arrivo dei tre toscani: Gianni Maroccolo (vero cuore musicale dei Litfiba), Giorgio Canali e Francesco Magnelli. Con loro il duo emiliano originario Ferretti-Zamboni trova completezza e organicità. Se ne resero conto tutti e capirono che bisognava far partire un progetto nuovo, nel quale tutti e cinque alla pari potessero rifondare il rock cantato in italiano.
Per scrivere e registrare Ko de mondo bisognava andare in ritiro e, quasi monasticamente, condividere vita e lavoro per alcune settimane tra agosto e settembre '93. La scelta cadde su una località bretone, Finistère, nome apocalittico evocante i concetti di fine della terra e di una dimensione altra. C'è un documentario molto interessante, girato dal fantomatico C.R. Rossmann, che testimonia la genesi dell'album.
La lune du Prajou
Musicalmente è un album granitico, nel quale tutte le parti sono consonanti e stanno bene insieme. Si parte con "A tratti" che ribadisce l'ultima chiamata per chi vuol salire a bordo: chi c'è c'è e chi non c'è non c'è. Si passa attraverso il quasi-rap di "Palpitazione tenue" per giungere alla geniale "Celluloide": un brano scioglilingua creato mettendo di seguito titoli di film. "Del mondo" rappresenta la quintessenza dell'intero album: suoni rotondi e morbidi su cui le chitarre disturbate creano graffi e ferite. Ferretti procede in un cantato che a tratti è salmodia, riflette sulla natura umana, prega e, in fondo, spera.
Arriviamo così a "Home sweet home", sorta di manifesto programmatico de I dischi del Mulo, l'etichetta creata dall'anima emiliana del gruppo che produce i quegli anni Üstmamò, Acid Folk Alleanza ed altri. La successiva "Intimisto" palesa la grande influenza del canto monastico (se non proprio gregoriano) nello stile di Ferretti e sfocia nella magnifica "Occidente", dolente e nervosa considerazione sulla nostra civiltà. Un delicato giro di basso e piano introduce la angosciata "Memorie di una testa tagliata" con cui la guerra dei Balcani irrompe cupamente nella musica dei C.S.I.: sarà poi in Linea Gotica che il tremendo conflitto diverrà protagonista (in "Cupe Vampe" ad esempio). Senza soluzione di continuità si giunge a "Finistère" che sembra un completamento della precedente: Annus orribilis in decade malefica, decade malefica i stolto secolo, secolo osceno e pavido, grondante sangue e vacuo di promesse. Il dolore sembra stemperarsi nella quasi strumentale "La lune du Prajou" (con la voce di Ginevra Di Marco, futura C.S.I. a tempo pieno, nonché moglie di Magnelli). Il titolo è ripreso dal nome del manoir bretone nel quale il disco fu registrato.
E' la volta della bellissima "In viaggio" che apre squarci ritmci e melodici guidati dal magnetico ritornello "Viaggiano i viandanti, viaggiano i perdenti, i più adatti ai mutamenti, viaggia Sua Santità". Ma il viaggio volge al termine. A conclusione del disco, una delle più belle ballate circolari di sempre: "Fuochi nella notte (di San Giovanni)". Si tratta di una jam corale ... "Così vanno le cose, così devono andare", che sembra cantata attorno ad un falò in un crescendo di partecipazione collettiva, che nel finale riprende il verso "chi c'è c'è e chi non c'è non c'è" dalla prima traccia, quasi un invito a ricominciare da capo l'ascolto.
Raccolgo l'invito.

lunedì 3 febbraio 2014

Restiamo umani


Lo scorso 30 gennaio, a quasi un anno dall'uscita dell'album Human, i Radiodervish si sono esibiti alla Sala Petrassi dell'Auditorium di Roma. Non sono pochi i motivi di curiosità per questa tappa dello Human Live Tour.
Innanzitutto perché non li ho mai visti dal vivo, se non nell'incarnazione Bandervish, e poi perché l'ultimo disco l'ho trovato un po' interlocutorio, dopo gli splendidi L'immagine di te (del 2007) e Beyond the Sea (del 2009). Tra le altre cose la serata è anche in supporto dell'encomiabile UNRWA, agenzia dell'ONU che si occupa dei rifugiati palestinesi.
I Radiodervish si presentano con una formazione a quattro: i fondatori Nabil Salameh (voce e bouzouki) e Michele Lobaccaro (basso, contrabbasso e chitarra), Alessandro Pipino (ormai in pianta stabile alle tastiere, fiati e quant'altro), accompagnati da Pippo Ark D'Ambrosio (batteria e percussioni). 
L'inizio è un po' in sordina: c'è qualcosa di slegato nei suoni e Pipino si allontana brevemente alla prima pausa. In realtà si manifesta ben presto la poca integrazione della batteria col resto della band, sia come sonorità che come arrangiamenti delle percussioni. A parte questo aspetto, legato magari ai gusti personali di chi scrive, i Radiodervish stabiliscono rapidamente un contatto, un feeling con il pubblico.
La scena, sobria, è arricchita da un bella regia delle luci integrata con le proiezioni (davvero molto belle) curate e realizzate da Valerio Calsolaro.
I brani in scaletta sono un mélange di composizioni vecchie e nuove, caratterizzate come sempre dalla forte contaminazione culturale, di lingue e di genere. Momenti particolarmente forti sono "L'immagine di te", accompagnata dal coro a bocca chiusa del pubblico che al termine tributa un lunghissimo applauso, e "Velo di sposa", uno dei brani migliori dell'ultimo CD. Presentando quest'ultimo, Michele Lobaccaro racconta brevemente la tragica storia dell'artista milanese Pippa Bacca alla quale è dedicato il brano. Molto bella anche la versione dal vivo di "Istanbul" e "Lontano", struggente storia di migranti. E poi "Junoon", "Erevan", "In fondo ai tuoi occhi" e la cover partenopea "Tu si' na cosa grande".
La voce di Nabil stasera sembra ancor più calda del solito, il suo canto suadente ammorbidisce le morbide atmosfere di "Les lions", "L'esigenzae "Centro del mundo"
Una nota a parte merita il ruolo di Alessandro Pipino nella band, che assomiglia sempre più a quello di Thistlethwaite nei Waterboys, dei quali ho parlato due mesi fa: può suonare di tutto, dalle tastiere al flauto dal piano giocattolo alla fisarmonica, arricchendo di sfumature il suono del gruppo. Prezioso.
Il concerto si chiude con la toccante dedica a Vittorio Arrigoni prima di "Stay Human". Ma c'è tempo di spellarsi ancora le mani con i bis prima di un congedo davvero ricco di calore ed affetto.

mercoledì 15 gennaio 2014

Mistero comico

La comicità è arte sopraffina: non si impara a scuola eppure non può prescindere dai grandi maestri. E' questo ciò che mi frullava in testa uscendo dal Teatro Olimpico, dopo aver visto "Il mistero dell'assassino misterioso" con Lillo e Greg.
La commedia scritta nel 2000, andò in scena in tutta Italia per tre anni ed ha avuto molte rappresentazioni con altri interpreti e persino una versione in spagnolo. Si tratta di un tipico schema di giallo all'inglese, ambientato in un'aristocratica dimora popolata da familiari infidi, servitù ambigua ed un investigatore dalla logica inappuntabile. Una storia che può far ricordare Cluedo e L'ispettore Barnaby. Il gioco di Lillo e Greg (un po' come ne "La baita degli spettri" visto la primavera scorsa all'Ambra Jovinelli) consiste proprio nel demolire ogni stereotipo sul tema, inserendo stavolta anche imprevedibili dinamiche e divertenti rivalità tra gli attori di una compagnia teatrale.
Tanti hanno utilizzato in passato gli schemi classici della suspense per effettuare le parodie (dal "Frankenstein Junior" di Mel Brooks all'Ispettor Clouseau di Peter Sellers), ma la bravura degli autori sta proprio nel cercare una via propria, scavata nel solco dei "maestri". La cifra stilistica tipica di Lillo e Greg, con giochi di parole, equivoci e trovate visive surreali, si trova perfettamente a proprio agio con l'ambientazione e la eccellente recitazione degli altri attori.
E' infatti una commedia molto più corale di quanto ci si possa aspettare, con i bravissimi Vania Della Bidia e Danilo De Santis, collaboratori di lunga data, oltre alla divertente Dora Romano. Anche il regista Mauro Mandolini fa parte della squadra consolidata dalla attività teatrale degli ultimi quattro anni. Tutto questo contribuisce alla fluidità complessiva, priva di tempi morti e dai ritmi elevati.
Il pubblico si diverte davvero e alla pomeridiana sono presenti spettatori di ogni età.
Lillo e Greg si confermano una delle poche realtà davvero comiche, in un panorama di battutisti dal respiro corto, figli dei tanti contenitori televisivi.

mercoledì 18 dicembre 2013

Le piace Brahms?

Torno all'Auditorium a distanza di pochi giorni dal concerto di Nick Cave and the Bad Seeds, ma stavolta in un contesto del tutto diverso. Grazie ai biglietti miracolosamente procurati dalla mia signora, partecipo alla serata diretta da sir Antonio Pappano nella quale spicca il concerto per violino e orchestra di Brahms.
Va detto che nella Stagione Sinfonica dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia l'età media del pubblico è straordinariamente alta, ma ciò che più sorprende, prima dell'inizio, è l'apparente indifferenza dei partecipanti, abituati ad incontrarsi lì più per frequentazione mondana che per vero interesse. Uno sparuto gruppo di giovani alle mie spalle parla ad alta voce del campionato NBA (speriamo tacciano durante il concerto...), ma tremo davvero quando capisco che la decrepita signora con toupet (di scuola Moira Orfei) è diretta nel posto davanti al mio...
Pappano ha allestito una bella scaletta stasera: si comincia con la celebrazione dei 150 dalla nascita di Pietro Mascagni con "Visione lirica. Guardando la S.Teresa del Bernini nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma", che venne eseguita la prima volta nel 1923 a Roma (con la stessa Orchestra di Santa Cecilia diretta proprio da Mascagni). Si tratta di una composizione bellissima nella sua brevità (cinque minuti), in cui è davvero notevole la frase cantabile dei violini.
In aggiunta (vista la brevità del brano) Pappano decide di regalare un apprezzatissimo "Intermezzo" tratto dalla "Cavalleria rusticana", non incluso nel programma della serata.
La serata prosegue con un'altra celebrazione per i 10 anni dalla morte di Goffredo Petrassi. L'esecuzione del "Magnificat" vede anche l'arrivo del soprano mantovano Anna Maria Chizzoni insieme al coro dell'Accademia di Santa Cecilia. La composizione alterna fasi decisamente coinvolgenti ad altre che personalmente apprezzo meno. Tra i momenti migliori i percorsi coristici particolarmente interessanti, che rimandano ad altra musica del '900 e non necessariamente in ambito classico (alcune colonne sonore di Philip Glass e, perché no, i cori in "Atom Heart Mother" dei Pink Floyd). Meno apprezzabile invece la soprano, che non sembra a proprio agio con i passaggi iniziali della propria parte. 
Dopo un quarto d'ora di pausa arriviamo al piatto forte della serata: il "Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 77" di Johannes Brahms.
Si tratta di una composizione dalla suddivisione classica, Allegro-Adagio-Allegro, nella quale il compositore di Amburgo volle inserire forti contenuti virtuosistici alla partitura del violino. Ecco perché il nome di Leonidas Kavakos, che qui è di casa dal 2005, suggerisce grandi aspettative: il quarantaseienne violinista greco è ormai considerato uno dei più grandi violinisti, in compagnia del suo Stradivari del 1724.
L'esecuzione si dimostra ben presto memorabile per la straordinaria compattezza dell'orchestra che ormai ha un feeling perfetto con Pappano e riesce ad esprimere ogni sfumatura di una direzione che tende a smussare gli eccessi. Scelta apprezzabile soprattutto in virtù delle caratteristiche di un violinista come Kavakos. Il violino si eleva a protagonista assoluto, esaltando un carattere a tratti gitano, brillante ed eccessivo. Ma con gusto. Fa impressione riuscire a sentire trilli e colpi d'archetto dalle sembianze quasi jazzistiche, sospinti da una velocità d'esecuzione rara nell'Allegro giocoso che chiude il concerto.
Pubblico entusiasta che, giustamente acclama lo straordinario binomio Pappano-Kavakos, che ringrazia eseguendo come bis un'estratto dal terzo movimento. Bravissimi.




venerdì 6 dicembre 2013

Alla corte del Re Inchiostro

E' la carica dei cinquantenni da queste parti. Stavolta tocca ai mitici Nick Cave and the Bad Seeds, il 27 novembre, all'Auditorium Parco della Musica.
Anche per loro si tratta di colmare una mia grave lacuna, poiché mi dicono da più parti che si tratta di una performance imperdibile.
"Imperdibile" è un aggettivo che da tempo viene affibbiato un po' a tutto, tant'è vero che ormai è da considerare talmente abusato da non trasmettere particolari emozioni. Eppure...

Per questo concerto, nella serissima e grandissima Sala S.Cecilia, avevo trovato gli ultimi due biglietti un paio di mesi fa, e arrivando ci si rende conto del gran pienone. L'orario previsto è alle 21, ma entrando in sala con un certo anticipo trovo già il palco occupato da una cantante che si sta esibendo in piedi mentre suona un harmonium. Si tratta di Shilpa Ray che ha appena pubblicato un e.p. dal titolo esplicito: "It's All Self Fellatio". La sua è una musica che hanno definito "gothic burlesque", e per quanto le etichette lascino il tempo che trovano, definisce abbastanza il genere. La voce è davvero bella, ma alla lunga la dimensione sonora dell'accompagnamento al solo harmonium si dimostra un po' ripetitiva.

Nick Cave and the Bad Seeds
Si fanno attendere fino alle dieci meno un quarto, ma alla fine eccoli sul palco: Nick Cave & the Bad Seeds! Partono subito con "We No Who U R", singolo tratto dall'ultimo album "Push the Sky away". Bella e intensa come la successiva "Jubilee Street", con la quale il concerto si eleva a vette che si manterranno costanti per tutta la serata. Inizialmente il pubblico è ancora seduto e la scansione a spirale del brano innalza il livello emotivo ad ogni giro: qualcuno scandisce il tempo con le mani mentre il violino di Warren Ellis diventa sempre più ipnotico, altri iniziano ad alzarsi in piedi con gli occhi incollati a Cave che si muove sul palco come una fiera imprigionata. E poi... e poi anche il nostro Nick esplode in un salto improvviso verso la platea (date un'occhiata al video). E' la scintilla che rompe ogni regola, non ci sono più posti assegnati: tutti intorno al cantante che inizia a camminare sugli schienali delle poltrone, l'unico limite è rappresentato dalla lunghezza del cavo del microfono. I Bad Seeds costruiscono un muro di suono perfettamente arrangiato e la straordinaria acustica della sala permette di coglierne le sfumature. E' la volta di una cattivissima "Tupelo", tratta da "The Firstborn is Dead" del 1984, nella quale ho apprezzato una straordinaria sezione ritmica: dominata da Barry Adamson ritornato al basso nel centro del palco dopo tanti anni, e con Thomas Wydler alla batteria e Jim Sclavunos, che si alterna fra percussioni e xilofono. Dopo "Red Right Hand" (del '94) con una istrionica serie di movenze da rockstar consumata, tocca ad una struggente "Mermaids" (tratta dall'ultimo album) che Nick canta abbracciato ad una ragazza del pubblico.
Nick Cave
Con "The Weeping Song" (una delle mie preferite da sempre) si torna dalle parti del repertorio classico del gruppo (notevoli i ricami del canuto Conway Savage alle tastiere e di George Vjestica, che è alle chitarre nella parte europea del tour), suggellato dalla antica "From Her to Eternity", selvaggia come non mai.
Il ritmo forsennato dell'inizio lascia il passo alle atmosfere più introspettive derivanti da "The Boatman's Call" del '97. Gli occhi degli spettatori sono incollati a King Ink e alla sua band, impegnati nel rito della celebrazione del concerto rock: tocca alla tenue "West Country Girl", la ballata pianistica "People Ain't No Good" che sfocia nella malinconica "Sad Waters" (che è l'unica tratta da "Your Funeral... My Trial" dell'86) e "Into My Arms" nella quale Nick abbraccia il pubblico con una voce che è un insieme di tenerezza, calore ed emozione.
Non ce ne rendiamo conto ma si va verso l'epilogo, non prima di una fantastica "Higgs Boson Blues" seguita da "The Mercy Seat". Si chiude con la nervosa e potente "Stagger Lee" presa dalle "Murder Ballads" e l'ipnosi quasi messianica di "Push the Sky Away"a metà tra inno dell'anima e melodia salvifica.
Impossibile accontentarsi qui. Siamo ancora tutti talmente esterrefatti per il livello qualitativo del concerto che la richiesta dei bis è tutto tranne che una formalità. Dopo qualche minuto tornano sul palco per quattro brani i cui titoli già dicono tutto ad ogni conoscitore della band: "God is in the House" per piano e violino, "Deanna", l'elettro-acustica e coinvolgente "Papa Won't Leave You, Henry" con una signora-fan che sale sul palco in tailleur (!?) e la conclusiva "We Real Cool" con una nuova incursione sul palco: stavolta è un fan che è invitato a duettare (che emozione...) dal nostro Cave, ma che invece rivela una ben stridula vocina. E qui si chiude per davvero: due ore di concerto tiratissime nelle quali ho apprezzato un leader in piena forma che non si è risparmiato neanche un istante, ed una band di livello assoluto, che mostra la via del rock (quello vero) a tante proposte più recenti.
Dicevamo "imperdibile" all'inizio? Beh, non troverei aggettivo migliore per una performance con tanto cuore, pathos, tecnica e, non dimentichiamolo, canzoni bellissime.

NB: i brani sottolineati aprono un link su YouTube con registrazioni tratte da questo concerto. Le foto fin qu©Musacchio & Ianniello, possono essere utilizzata esclusivamente per l' avvenimento in oggetto o per pubblicazioni riguardanti la Fondazione Musica per Roma. La foto sotto è dalla pagina Facebook di Nick Cave.
Nick Cave prima del concerto a Roma

lunedì 25 novembre 2013

25 anni fa

Chiarisco subito che il titolo non si riferisce al tempo che è passato dal mio ultimo post... anche se in effetti ho trascurato un bel po' queste pagine virtuali.

25 anni fa usciva l'album "Fisherman's Blues" dei The Waterboys. Era un compendio di due anni di sessions (dal 1986 al 1988) da cui scaturirono circa 100 brani registrati! Un disco meraviglioso già all'epoca, che ha visto susseguirsi negli anni edizioni sempre più estese che includevano gioielli non inclusi nella prima tiratura. Il mese scorso è uscita una ristampa colossale che include ben 6 CD (prezzo popolare, meno di 25€), mentre per i maniaci è stata realizzata la versione 7 CD (il settimo contiene alcune fonti di ispirazione per la band) + 1 LP (la ristampa dell'album originale in vinile). Il disco risulta uno straordinario mix di musica tradizionale scozzese, blues e country music, che non si finirebbe mai di ascoltare e che per me è stato la colonna sonora di tante giornate.
Durante le registrazioni di The Fisherman's Blues
Per festeggiare un album così particolare, i nostri eroi si sono riuniti sotto la guida di Mike Scott, il leader di sempre, ed hanno organizzato un tour che il 21 novembre scorso è arrivato a Roma, all'Auditorium Conciliazione, intitolato "Fisherman's Blues Revisited".
Riesco così a colmare la mia lacuna di non aver mai assistito ad un concerto dei Waterboys. La serata è in tema con la water del nome, infatti arrivo sotto un diluvio colossale, anche se i nostri non sono più tanto boys... Il pubblico anche è un po' attempato e la sala mostra parecchi spazi vuoti nel mezzo.
Il quasi cinquantacinquenne Mike Scott è decisamente in forma e la voce è sempre la solita: bellissima ed espressiva come (e più) di un Dylan delle highlands. Si alterna chitarrista e pianista con una freschezza ed una passione che contagiano la platea. Dopo un avvio un po' in sordina anche il pubblico partecipa con altrettanta passione. L'antica intesa con Steve Wickham (violino), Anthony Thistlethwaite (fiati e mandolino) e Trevor Hutchinson (basso e contrabbasso) si vede e si sente, come anche si nota lo straordinario supporto di Ralph Salmins (batterista negli ultimi due anni).
Mike Scott
Si parte con "Strange Boat" e poi la cover "Sweet Thing" di Van Morrison. Dopo l'inedita "Higherbound" si inseguono le note sull'onda dei ricordi: "A Girl Called Johnny" dall'album d'esordio, scritta 32 anni fa. Più avanti è la volta di "When We Will Be Married?" e a metà concerto c'è la doppietta poderosa di "Raggle Taggle Gypsy" (sì, quella maltrattata in italiano da Branduardi con "Vai cercando qua, vai cercando là"...), seguita da "We Will not Be Lovers" ed il pubblico entusiasta che si spella le mani. E' un concerto che non dà pause e Mike Scott si concede anche breve racconto per spiegare come conobbe "I'm So Lonesome I Could Cry" di Hank Williams, della quale fanno una cover struggente e appassionata. Si va verso la conclusione e arrivano brani come "Don't Bang the Drum" e "Fisherman's Blues" che  lasciano senza parole per intensità e sembrano venire da una dimensione senza tempo, tipica solo dei grandi pezzi che non invecchiano mai e che potremmo riascoltare mille e mille volte. E' il momento dei bis richiesti a gran voce da un pubblico ormai in piedi: "You In the Sky" dalle sessions di cui sopra (ma che apparve su Book of Lightning vent'anni dopo!) e  la splendida "The Whole of the Moon". Conclude "Saints and Angels".
Una serata bellissima ad opera di vecchi leoni della musica britannica che hanno sempre messo al primo posto l'attività dal vivo. E si vede.

NB: i brani sottolineati aprono un link su YouTube con registrazioni tratte da questo concerto

venerdì 25 maggio 2012

Finzione... Finzione...

Ci sono storie che hanno a che fare con un non-meglio-specificato senso di appartenenza.
Il nuovo film di Ferzan Özpetek "Magnifica Presenza" rientra a pieno titolo in questa categoria. Almeno per chi come me trova talmente familiari i luoghi ed i temi della pellicola da sentirsi completamente a proprio agio.
Non sto qui a raccontare la trama del film, ad ogni modo, sia detto per chiarezza, la storia racconta le vicende di Pietro (Elio Germano), pasticcere e aspirante attore, che va ad abitare in una casa che ospita i fantasmi della Compagnia teatrale Apollonio.
Ambientato nella mia Monteverde, il film è in realtà un'astrazione che prescinde tempi e luoghi, esattamente come dovrebbe essere una storia di fantasmi che si rispetti. Il tono riesce a variare più volte all'interno della narrazione filmica, per cui ci si trova ad oscillare fra i ritmi tipici della commedia (l'arrivo del protagonista nell'appartamento) ed i momenti di suspense (la rivelazione delle presenze spiritiche), garantendo una gradevolezza narrativa non comune.
Paola Minaccioni ed Elio Germano
Trovo particolarmente felice la mano del regista nel dirigere un protagonista straordinario, affiancato dalle ottime prove di Paola Minaccioni (la cugina Maria), Giuseppe Fiorello, Margherita Buy e Vittoria Puccini.
Ma sono soprattutto gli argomenti che sottendono alla trama principale ad esercitare un fascino speciale. 
Il teatro su tutti, che non si risolve solo nella funzione di spettacolo, ma che è al tempo stesso vita: bellissime, ad esempio, le scene del casting e della preparazione di Germano da parte dei fantasmi. Ma il teatro è anche libertà ed i riferimenti al passato (l'occupazione del 1945) fanno scaturire il tema del rapporto tra finzione e follia nell'ultima metà del film.
Altro argomento forte è quello dell'omosessualità (è un film di Özpetek o no?), che si arricchisce di spunti sognanti (il fantasma poeta), violenti (il pestaggio) ed irreali (la scena un po' troppo criptica del laboratorio).
Ci sono poi i temi storico-politici (il Risorgimento e la Resistenza) che vengono trattati con un tono che alterna leggerezza e nostalgia, ma anche una sottile critica all'Italia di oggi che si manifesta attraverso le domande della Compagnia che prova a capire come funziona il nostro Paese.
Non ultimo il tema della psichiatria che interpreta anche ciò che non capisce. "La menzogna alle volte può essere convincente, la realtà lo è molto di più".
Ferzan Özpetek mentre dirige Elio Germano sul set
Qua e là mi sembra di cogliere un'altra "presenza":  sotto innumerevoli aspetti possiamo intravedere un riferimento, forse involontario, a Nanni Moretti. Di Monteverde (quartiere storicamente morettiano) ho già detto, ma non manca anche l'ambientazione in pasticceria (la mia Pasticceria Andreotti, che ho illuminato sei anni fa), per non parlare del casting effettuato da Daniele Luchetti e dell'utilizzo del ballo come comunicazione "ulteriore" fra i personaggi. A completare tale vicinanza con Moretti: le comparse dei cardinali a Cinecittà sono quelle di "Habemus papam"!!!
E' bello anche ritrovare la partecipazione di Anna Proclemer, in un ruolo davvero intenso e centrato. Anche questo recupero di grandi attori di un recente passato, come fu per Massimo Girotti in precedenza, sta diventando una cifra stilistica del regista di origine turca.
Il finale del film credo che sia particolarmente bello, come nella migliore tradizione dell'Özpetek di "Cuore sacro" e "La finestra di fronte". Assistiamo infatti ad una vera e propria liberazione che partendo dal mio quartiere, si sposta sul mio tram (l'8 che arriva a Largo Argentina) ed arriva al mio Teatro Valle (oggi significativamente "occupato").
C'è da dire che la critica ha un po' bistrattato il film (ad esempio Natalia Aspesi su Repubblica), invece l'ho trovato bilanciato, scorrevole, ben recitato, ottimamente diretto, ... in una parola? Magnifico.
La "mia" casa in via Cavalcanti

lunedì 16 aprile 2012

Un palco per due

A distanza di più di un anno torna a Roma Ólafur Arnalds
Il nuovo tour arriva dopo ben due album pubblicati negli ultimi quattro mesi: prima il piccolo album (meno di mezz'ora) "Living Room Songs" frutto di una settimana di registrazioni domestiche, nella quale ogni giorno è stato registrato un brano, condiviso online in tempo reale (livingroomsongs.olafurarnalds.com), poi, a febbraio, la colonna sonora per il film "Another Happy Day" di Sam Levinson e con Ellen Barking e Demi Moore.
Nelle scorse settimane poi ha voluto condividere sulla rete lo streaming delle registrazioni con orchestra, che faranno parte di un nuovo lavoro, ha annunciato un nuovo EP e sta dando forma ad un progetto parallelo chiamato Kiasmos.
Insomma parlare di artista vulcanico può sembrare una battutaccia, visto che si tratta di un islandese, eppure il nostro Óli sembra davvero in un momento di creatività dirompente e la sua esibizione al Brancaleone si annuncia irrinunciabile. Motivo in più per non mancare, è l'abbinamento con il tour di Nils Frahm, talentuoso musicista tedesco con il quale condivide l'etichetta discografica (Erased Tapes) ed il prossimo EP ("Stare").
La serata inizia proprio con Nils al piano che inizia il proprio set con "Said and Done". La sua è una musica che attrae per la dinamica sempre mutevole, all'interno di ripetizioni cicliche che rimandano ai grandi del minimalismo, ma con una freschezza ed una personalistà emozionanti. Nils prende per mano gli ascoltatori e li imprigiona nella propria ragnatela di suoni, ora dolci e suadenti, ora aspri e meccanici.
C'è spazio anche per un'estratto da "7 Fingers", album (bellissimo, come avrò modo di dirgli nel dopo-concerto) condiviso con la violoncellista Anne Müller (già vista con Agnes Obel) che sale sul palco per l'occasione.
Il set termina con un bellissimo brano (forse tratto dal prossimo disco), nel quale Arnalds raggiunge Frahm al piano, per un'esibizione a quattro mani, nella quale possiamo vederli ridere divertiti (anche a causa di un tasto difettoso sulla tastiera...). E' davvero un bel cima quello che si respira in questa ultima data insieme: al termine delle proprie tournée, hanno unito le proprie date condividendo per due settimane i palchi di mezza Europa.
Un inconveniente tecnico al Macbook di Ólafur causa più di trenta minuti di ritardo al set del pianista islandese, alla fine la soluzione viene trovata in un "vecchio" campionatore M-audio che fortunatamente era stato portato di scorta.
Ma neanche questo problema riesce ad intaccare una serata che sembra nata proprio sotto una buona stella (dovessi fare un cd live, ne pescherei a piene mani). 
Ólafur inizia da solo, ma ben presto viene raggiunto sul palco dalla già citata Anne Müller e dal violinista islandese Viktor Orri Árnason. E' proprio dall'interazione fra i tre che vengono fuori momenti di assoluta bellezza, nei quali mi lascio trasportare con piacere, nonostante la scomoda sistemazione in piedi del pubblico. Il momento di assolo di violino ha in sé una forza ed un coinvolgimento da rito pagano dell'Europa del Nord. Meraviglioso.
Si succedono brani recenti ("Near Light", "Ágúst"), ma anche già noti (su tutti la splendida "Gleypa okkur") .
Si divertono anche i musicisti sul palco, in particolare il nostro Arnalds che, forse per smitizzare il proprio ruolo, introduce la splendida "Poland" spiegando come in realtà il brano sia nato a causa di una notte insonne in pullman passata a bere vodka, che ha così influenzato il successivo soundcheck polacco, nel quale ha composto il brano. "Altro che ispirazione..." suggella il nostro sorridendo.
Nel parlare della musica di Ólafur Arnalds, si fa riferimento ai soliti Chopin e Schubert, ma quello che propone in realtà il nostro amico è qualcosa di assolutamente nuovo e personale. Si tratta di musica che possiamo definire classica, ma figlia al 100% del XXI secolo. E' proprio questa la caratteristica che più colpisce dell'intero catalogo della Erased Tapes, che meriterebbe un approfondimento a parte (e non è escluso che lo faccia).
Il crescendo di emozioni, un mix di intimità e vigore, culmina col ritorno sul palco di Nils Frahm che si unisce al trio per un'improvvisazione: "Nella stessa tonalità?" chiede ironicamente prima di cimentarsi con un synth analogico. E' un momento di rara intensità che potete vedere grazie alla provvidenziale registrazione di Monica (questo è il link su YouTube) la quale ha caricato anche gran parte del concerto.
E si prosegue con gli ultimi brani nei quali viene anche svelata l'origine del brano "Ljósið": era stato commissionato per una pubblicità di vasche da bagno, ma scartato... "forse perché non era abbastanza stupido". Si conclude tra grandi applausi, ma c'è ancora tempo per un bis "Lag Fyrir Ömmu" (La canzone della nonna) per congedarsi con quel pizzico di commozione che non guasta.

mercoledì 15 febbraio 2012

Piano gentile

E' gentile il primo aggettivo che mi viene in mente pensando ad Arturo Annecchino. Un po' per i modi garbati che ha nel proporsi al pubblico, un po' per la sua musica, che mette a proprio agio l'ascoltatore e che proprio per questo impiega poco ad entrare nel cuore di chi si avvicina alle sue note.
E' uscito ad ottobre scorso il terzo album della serie Midnight Piano (stavolta dal titolo ancor più sintetico: "Midpiano 3") e l'occasione da non perdere è rappresentata dal suo concerto dal vivo al Teatro Eliseo di Roma, il 6 febbraio.
L'ingresso a teatro prevede una significativa performance di Alice Sforza, sulla scala di accesso, dal titolo "Eyes". La performer è seduta bendata sui gradini, mentre il suo sguardo è riprodotto sul computer che porta in braccio.
Il concerto invece si svolge su un palco dove è stata lasciata una scenografia del "Romeo e Giulietta" (di cui ha composto le musiche), che dà l'idea di trovarsi in un esterno (una piazza?), mentre le luci basse consentono di rendere visibile il disco bianco della luna al di sopra dei tetti.
Eppure la musica di Annecchino è realmente senza spazio e senza tempo ed i riferimenti veri sono nell'anima di ogni ascoltatore, che chiudendo gli occhi ha modo di collocarsi in una dimensione altra, che è quella del pianoforte e delle sue melodie.
Da sempre dedito alla musica per il teatro (ma anche cinema con "La bellezza del somaro"), Arturo Annecchino non è un pianista classico nel senso tradizionale del termine e, come lui stesso dichiara, è in gran parte autodidatta. Per trent'anni si è messo al servizio di produzioni teatrali in tutta Europa, soprattutto con il celebre regista tedesco Peter Stein, e solo dal 2007, grazie alla sensibilità dell'etichetta Storie di Note di Rambaldo Degli Azzoni, viene alla ribalta discografica come autore.

Arturo Annecchino e Alice Sforza
Il pubblico sta imparando a conoscerlo pian piano e per l'appuntamento all'Eliseo è abbastanza numeroso e segue con attenzione l'ora abbondante di musica. I brani sono quasi tutti estratti da "Midpiano 3", che appare anche dal vivo un'opera matura e piacevole nella sua gentilezza. Nel finale c'è anche modo di apprezzare una misurata contaminazione elettronica (fatta di loop ed effetti) che proviene dalla valigia che l'autore ha portato con sé sulla scena.
Una prova indubbiamente positiva che scalda il cuore di tutti, mentre fuori c'è una insolita neve romana.


Le fotografie sono di Pietro Pesce. Grazie a Lara Maroni di Storie di Note.

venerdì 25 novembre 2011

Note dai climi freddi

Sono arrivato ad Agnes Obel leggendo una recensione sul Mucchio Extra, nella quale si faceva ammenda per aver ignorato l'album "Philarmonics" all'epoca dell'uscita (ossia nel settembre 2010). In realtà ben pochi possono dire di non averla mai ascoltata, visto che i suoi brani sono stati utilizzati in celebri spot (Nissan e Deutsche Telekom) ed in telefilm di grande ascolto (Grey's Anatomy).
Per registrare l'album d'esordio, la brava cantautrice danese ha impiegato sei anni (dal 2004 al 2010), ma il risultato finale è estremamente compatto ed omogeneo. Si percepisce una produzione eccellente che, come spesso accade, andrebbe verificata dal vivo, cosicché l'occasione del concerto romano al Palladium diviene irrinunciabile.
La serata (18 novembre) è nell'ambito della rassegna "Romaeuropa" e prevede anche due esibizioni di apertura ad opera di altri artisti provenienti da climi freddi: lo scozzese Martin John Henry ed i canadesi Evening Hymns. Entrambi nomi nuovissimi per me, costituiranno piacevolissime sorprese.

Martin John Henry
Martin John Henry, già leader dei Da Rosa, si esibisce da solo, accompagnandosi con chitarra acustica ed effetti. Si mostra semplice, divertito e cordiale e tra un brano e l'altro arriva a definirsi "un semplice turista che è lì per caso". I 5 pezzi sono davvero notevoli e sono tratti dal suo album solista appena uscito ("The Other Half of Everything" su Gargleblast); spiccano soprattutto la suadente "I Love Maps" e la bellissima cover di "Cody" dei conterranei Mogwai. All'uscita non posso fare a meno di comprare il CD: davvero molto bello.

Evening Hymns
Pochi minuti ed è il turno degli Evening Hymns, ovvero Jonas Bonnetta (voce, chitarra ed effetti, nonché unico membro permanente della band) e la bassista Sylvie Smith. Brani davvero coinvolgenti e ricchi di fascino, un po' Bon Iver e un po' Timber Timbre, ma con personalità spiccata e talento da vendere. Meriterebbero più spazio in un concerto tutto loro e non è detto che ciò non accada, visto il loro amore dichiarato per Roma, ben ricambiato in questa serata nella quale eseguono magnifiche versioni di "Dead Deer" e "Lanterns". Da tenere d'occhio.

Ed ecco il momento dell'artista principale. Agnes Obel si presenta accompagnata al violoncello dalla tedesca Anne Müller (che ha da poco pubblicato con Nils Frahm l'album "7 Fingers" su Erased Tapes) e dall'arpista scozzese Gillian Fleetwood.
Anne Müller e Gillian Fleetwood
Sorprendentemente la minuta Agnes non sembra troppo concentrata all'inizio, forse la lunghezza del tour comincia a farsi sentire, tanto che invece di partire col secondo brano in scaletta, ricomincia con quello di apertura ("Liana") fra la costernazione delle due colleghe di palco. Dal vivo emerge in particolare la timidezza dell'artista danese, che si trincera dietro al suo piano, parlando pochissimo, anzi lasciando spesso alle altre il compito di presentare i brani e comunicare col pubblico.
Ma è con la musica che la Obel si esprime al meglio: si susseguono tutti i brani dell'album, sempre intensi e coinvolgenti, con belle variazioni di arrangiamento rispetto alle registrazioni, probabilmente a seguito della intensa attività concertistica dell'ultimo anno.
Agnes Obel
Brillano le esecuzioni delle magnifiche "Just So" e "Beast", per non parlare dell'incanto nel quale il pubblico si immerge sulle note di "Riverside""Close Watch" invece è una cover (di John Cale) che rende merito anche all'abilità di arrangiatrice della nostra, mentre è la voce di "Brother Sparrow" che credo rimarrà indelebile nella mia memoria. Non mancano un paio di involontari siparietti: quando la Müller rompe l'archetto (avreste dovuto vedere l'espressione furente!) o quando la Obel non riesce ad aprire una bottiglietta d'acqua, fino a che uno spettatore sale sul palco per aiutarla ("I'm too weak..." si giustifica lei). I cento minuti di concerto scorrono via piacevolmente, tanto che al termine tornano sul palco due volte per i bis, che terminano, per ammissione della stessa cantante, perché il repertorio è terminato!
Forza Agnes, servono altri brani, bisogna quindi mettersi al lavoro per un nuovo disco... sperando che non ci vogliano altri sei anni!

sabato 30 luglio 2011

L'anima del rock

Capita a volte di assistere ad un concerto ed avere una determinata sensazione, positiva o negativa, senza riuscire a mettere a fuoco a che cosa sia dovuta.
Stavolta invece mi era tutto chiaro. Fin dall’inizio.
Nella consueta cornice estiva della cavea dell’Auditorium (“Luglio suona bene”), Lou Reed si è presentato a Roma per l’ultima tappa italiana della tournée, intitolata significativamente “Power Rock Tour 2011". Il timore, tipico di questi casi, era quello di assistere alla tarda esibizione di una cariatide del rock: uno che ha iniziato con i Velvet Underground dell’epoca di Nico e di Andy Warhol (quarantaquattro anni fa!!), al centro di una scena newyorkese di cui oggi esiste ormai solo il ricordo.
La carriera del nostro si è poi dipanata come solista a partire dal 1972, tra alti memorabili e bassi sconfortanti (vedi "Metal Machine Music").
Passate le 21 e 30, il sole tramonta fra nuvoloni neri che minacciano pioggia. Lo spettacolo può avere inizio. Nel buio una torcia elettrica fa strada fino al centro del palco, dove Lou Reed viene aiutato ad imbracciare la fedele chitarra elettrica: “Who Loves the Sun”.
Ed ecco che parte un suono impressionante per dinamica, ritmo, tecnica e passione: è il rock, cazzarola, quello vero! Mi ripeto: assistere ad una performance del genere è impressionante, perché ormai i palchi sono pieni di finti rocker, replicanti che si atteggiano in acconciature di tendenza e pose legate all’immaginario del genere. Lou invece è rock, punto e basta. Anche se il fisico non è più quello di una volta, ha un’anima potente che si manifesta anche quando biascica nel microfono al limite della stonatura e strapazza le sei corde. E allora avanti con “All through the Night” e “Smalltown”. Quando è il momento di "Ecstasy" Lou Reed coglie l'occasione per dedicare il concerto ad Amy Winehouse, scomparsa due giorni prima.
E' una figura granitica quella del leader in mezzo al palco, che si rivolge alla band con continui cenni, per far capire che non si fa per finta, che la band non è fatta di turnisti fantoccio e che il leader vuole il massimo da ognuno di loro mentre li guarda, li guida, li riprende…
Il vecchio Tony "Thunder" Smith alla batteria è il perno che consente l'inserimento del resto della band che comprende le chitarre di Tony Diodore e Aram Bajaklan, il basso di Rob Wasserman, le tastiere di Kevin Hearn, i sassofoni di Ulrich Kreiger ed i gingilli elettronici pilotati da Sarth Calhoun.
Il concerto prosegue esprimendo memorabili versioni di "Mother", "Venus in Furs" (wow!!) e "Sunday Morning".
Quando dopo un'ora e mezza si chiude con "Sweet Jane" (wow-wow!!!!) sembra sia dura farli ritornare sul palco, ma alla fine i lenti passi di Lou lo riportano davanti ad un pubblico entusiasta per un bis di tre brani che culmina in una magica "Pale Blue Eyes".
La sensazione finale è che esistono cose che non si imparano ed il rock è una di queste. Il rock è tutt'uno con la vita e non una moda: Lou Reed ed un'intera generazione sono ancora qui a dimostrarlo e a ricordarcelo. Grazie Lou.

mercoledì 6 luglio 2011

Scelsi... e conseguenze

Confesso. Sono un appassionato, estimatore, conoscitore e collezionista della galassia Franco Battiato, al limite della maniacalità. Ho iniziato circa 30 anni fa ad approfondire l'arte del musicista siciliano e da allora l'ho seguito anche in momenti non brillantissimi (la moscissima trilogia di "Fleur").
Spesso le strade che Battiato percorre risultano assai tortuose, come dimostra il suo cinema e la sue composizioni di musica classica. Altre volte invece sorprende per la propria "semplice profondità", come nelle canzoni pop e nelle sue opere pittoriche (per le quali si avvale dello pseudonimo Süphan Barzani).
C'è poi la nicchia che conosco (e capisco) meno: il Battiato sperimentale, quello degli anni settanta contaminato da dodecafonia e rumorismo. Però ultimamente sto cercando di approfondire maggiormente proprio questo aspetto e mi sono fatto invogliare dall'occasione della serata intitolata Pranam, dedicata alla musica di Gurdijeff e Scelsi, nella quale Franco Battiato ha presentato in prima assoluta la composizione "scelsi Scelsi".
L'ambientazione è la sala Petrassi nell'Auditorium di Roma ed il titolo della serata è "Pranam. Scelsi e Gurdjieff, la leggenda di due uomini straordinari". Inizia un duo composto da Anja Lechner (violoncello) e Vassilis Tsabropoulos (piano) che esegue musiche del maestro-mistico armeno. I brani scorrono piacevolmente, accompagnati in un caso anche da filmati in cui si riconosce Gurdjieff in una Francia anni '20. La tecnica dei due musicisti è impressionante e devo dire che la violoncellista tedesca ha un approccio allo strumento con tanta personalità da farmi venire voglia di andare a cercare altri suoi lavori: ne riparleremo.
Poi segue l'esecuzione della Suite n.9 "Ttai" di Giacinto Scelsi. Tre quarti d'ora nei quali mi sento come Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film "Dove vai in vacanza?". Ma anche le persone accanto a me dopo una ventina di minuti di note al piano (apparentemente) sconnesse e casuali, mostrano segni di cedimento. Il maestro Carlo Guaitoli (da anni collaboratore di Battiato) sembra una marionetta che muove gli arti percorsi da spasmi aritmici. Ma questo è evidentemente dovuto alla mia ignoranza, visto che qualcuno riesce a capire anche quali sono le note finali ed esplode in un applauso convinto.
Poi tornano brevemente Lechner e Tsabropoulos, seguiti da una registrazione audio nella quale si ascolta una dichiarazione di Gurdjieff in francese sul senso del fare musica.
L'ultima parte è quella che più mi ha inquietato: Franco Battiato accompagnato al computer dal fido Pino Pischetola (Pinaxa per gli amici) suona una serie di effetti elettronici (chiamati "Scélsi Scèlsi") che hanno lo stesso appeal della suite appena ascoltata, ma il pregio di durare dieci minuti scarsi. Il mio amico Cesare ha commentato: "Sembrano due ragazzini che giocano con la PlayStation". 
Giocano? Forse è uno scherzo? Qual'è il confine tra una seria ricerca di musica d'avanguardia ed il giocare ad intellettualizzare?
Sempre pronto ad ammettere la mia ignoranza, ma stavolta ho sentito puzza di bruciato caro Maestro Battiato...

mercoledì 6 aprile 2011

Piano Piano

Torna a Roma Ludovico Einaudi.
Sempre all'Auditorium, ma stavolta con "The Solo Concert" nella bellissima Sala Santa Cecilia. I posti sono andati a ruba, letteralmente, e quando un paio di settimane prima mi presento alla biglietteria scopro con disappunto che sono rimasti solamente una ventina di posti liberi, non di più (la capienza è di circa 3000!!!). Mi accontento dell'ultima scelta: i posti del retropalco.
Arriva il 23 marzo ed insieme ad un caro amico ci presentiamo con una mezz'ora di anticipo scoprendo con positiva sorpresa che in realtà il retropalco (in questo frangente) è un posto fantastico: vicinissimi al pianista, con un angolo che ci permette di coglierne tutte le espressioni del viso ed un'acustica eccellente.
Fino a cinque minuti dall'inizio le persone in sala sono poche, ma all'improvviso i posti si riempiono, le luci si abbassano e il concerto può iniziare.
Einaudi propone una serata di solo pianoforte, motivo per il quale (nei giorni precedenti) avevo voluto ripassare soprattutto i brani di qualche anno fa. Invece resto sorpreso quando ascolto i primi pezzi eseguiti, tratti da "Nightbook" e "Divenire". Mai avrei immaginato che nell'arrangiamento "solo piano" potessero mantenere tale e tanta intensità ed emozione.
G.Segantini - Le cattive madri, 1894

Un'ulteriore chiave di lettura dell'universo compositivo di Einaudi, viene spiegata da lui stesso nell'unico intermezzo parlato.
Durante il concepimento dell'album "Divenire", infatti, confessa di essere stato colpito dalle opere di Giovanni Segantini. Il pittore tirolese, con il passare degli anni, ha cercato sempre più un senso di assoluto nelle proprie raffigurazioni dei paesaggi alpini, accentuando una tonalità di base quasi monocromatica. Ecco anche Einaudi ha svolto una ricerca analoga, ma in campo musicale. La ricerca di una tonalità base lo ha portato a scomporre le note del pianoforte nelle componenti attack-decay, accentuando proprio quest'ultima.
Be', sembrerà incredibile, ma di recente ha scoperto di poter ricreare anche dal vivo questo effetto, grazie all'ausilio del suo iPod! Ed eccolo lì il maestro torinese, che nel bel mezzo del concerto gira la rotellina del proprio lettore mp3 quasi fosse la naturale estensione della tastiera, conferendo alle proprie note una magica dilatazione.
Si susseguono brani di varie epoche: da "Snow Prelude" ad "Andare" passando per "Indaco", "Berlin Song" e "Fly". Si prosegue così in una bellissima atmosfera, appena disturbata da eccessi di tosse (qualche spettatore appare pronto per il sanatorio...) e dai troppi flash: il ragazzo alla mia sinistra ad esempio non si accorge del fastidio che provoca il suo autofocus, tanto che Einaudi interrompe l'esecuzione all'inizio de "I giorni" (ultimo bis) lanciandogli un'occhiata feroce.
Un concerto bellissimo ed emozionante di un artista di livello altissimo: sarà bello da ricordare nei giorni a venire, compiacendomi del fatto di esserci stato.
photo courtesy Teresa (forum www.ludovicoeinudi.com)