venerdì 6 novembre 2009

Tre volte Pollina


E' stato un mese intenso per un appassionato di Pippo Pollina come me. Prima il nuovo cd dal vivo, poi una tournée con orchestra ed infine una manciata di date da solo.
Ho scelto di aspettare di concludere il trittico per riunire in un'unica considerazione questi eventi, contraddistinti da un sapore agrodolce. Vediamo un po' perché...

Il 2 ottobre è uscito "Tra due isole", il suo nuovo album live (dopo "Racconti e canzoni" del 2006, "Ultimo volo" del 2007 e "Ancora insieme" (con Linard Bardill) del 2008).

Registrato a Zurigo lo scorso settembre, documenta la prima data della tournée insieme all'orchestra del Conservatorio di Zurigo, che celebra i 25 anni di carriera. Un bel regalo della città di Zurigo e un bel modo per fare festa partendo dalle due isole del titolo, che sono poi le due radici di Pippo: la Sicilia e la Svizzera. In attesa di vederlo di persona, sono deciso a godermi la performance in CD.
Nell'insieme è un gran bel disco. Le orchestrazioni sono curate dal maestro Matesic, che sembra rivelare in molte parti una forte passione per Rossini ed i suoi crescendo. Il lavoro sui brani per renderli "orchestrali" è ben fatto: il risultato non snatura le canzoni di Pippo, anzi in un paio di occasioni (Sambadiò e I ragazzi della via Paal) si notano piacevoli evoluzioni sonore che impreziosiscono i brani, donandogli addirittura nuova linfa. Ma quello che più mi colpisce è, in generale, la straordinaria universalità dei brani di Pollina, che negli anni subiscono senza colpo ferire cambi di arrangiamento e di interpretazione, eppure restano sempre gradevolissimi proprio per la loro bellezza intrinseca.
Qualche perplessità mi deriva invece dalla registrazione. Va detto che un live con orchestra è difficilissimo da realizzare: c'è sempre il rischio di impastare gli strumenti a causa della problematica gestione dei microfoni. Il CD in questione infatti rivela qualche incoerenza nei suoni (la batteria ad esempio), alla quale c'è poi da aggiungere una difficoltà ulteriore: i fiati suonati da elementi giovani sono quasi sempre poco potenti, e infatti qua e là il suono registrato appare un po' sgonfio. Probabilmente un lavoro di missaggio più attento avrebbe potuto migliorare il risultato, ma forse la voglia di pubblicare l'album a distanza di neanche un mese dalla registrazione può avere influito. Ecco, nel risultato finale traspare un po' di fretta (anche nello scrivere i titoli in copertina, dove sfugge un "quì" con l'accento...), ma si tratta di peccati veniali in un lavoro altrimenti di alto livello artistico.


Dopo due settimane di ripetuti ascolti riesco a godermi l'esperienza di vedere dal vivo Pippo ed orchestra. Saltata la prevista data di Roma, ripiego su quella di Orvieto (120 km di differenza, ma non voglio perdermi questo tour).
Il teatro Mancinelli è bellissimo, pieno di affreschi e stucchi, dal sapore antico e nobile. Il pubblico è abbastanza numeroso ma un po' anomalo per un concerto di Pollina: sono in molte le persone attratte dall'evento e dalla presenza di un'orchestra sinfonica, ma non si tratta necessariamente di fans di Pippo. Questo aspetto si nota un po' nella estrema compostezza con cui seguono il concerto (i miei ripetuti "Bravo" vengono tollerati da sguardi sorpresi).
La scaletta ripercorre quella del disco live, anche se la dinamica acustica di un'orchestra dal vivo è completamente un'altra cosa, tutto è molto più emozionante. Eppure la scelta di amplificare tutti i suoni mi disorienta un po': è innaturale vedere gli strumenti da un lato e sentire il suono dall'altro, anche se forse nei posti centrali questo effetto si minimizza.
Matesic dirige alla grande, i ragazzi non gli tolgono gli occhi di dosso e l'atmosfera generale è di divertimento collettivo. Mi piacciono i visi dei ragazzi vestiti da orchestrali, in loro c'è un misto di ingenuità, furbizia, speranza, allegria ed emozione. Una bella gioventù. Pippo scherza con loro e li mette a proprio agio, e loro ricambiano mettendogli a disposizione tutto quello che è stato il loro studio in questi anni. Un'esperimento che si dimostra riuscito, e che mi auguro possa ripetersi in futuro, che fa bene alla musica e al cuore.
I brani si susseguono, emozionando. Come nella straordinaria Marrakesh (il video è qui) o ne Il giorno del falco... da spellarsi le mani (se vi interessa qui c'è anche Signore da qui si domina la valle sempre dal concerto di Orvieto).

Mi trovo a riflettere ancora una volta su quello che è Pippo Pollina, un discorso fatto tante volte. Tra i cantautori italiani della sua generazione è ai vertici assoluti, eppure un tour importante come questo trova tante ambientazioni di provincia, ma "liscia" città come Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Era un'occasione d'oro per consentire di ampliare il pubblico in Italia, dove continua ad essere conosciuto solo dai soliti "beneinformati", e invece no. Oltretutto stavolta c'è stata pure una buona presenza in radio e TV (soprattutto Rai) che in precedenza raramente lo avevano ospitato. E' questo il rammarico maggiore dopo una serata fantastica come quella di Orvieto.

Ma il calendario non dà tregua. A Roma in qualche modo ci si arriva, come da proverbio. Un concerto "à la carte" da solo, con il pubblico che sceglie dal menu del suo canzoniere (135 brani).

La location è bizzarra: il Nuovo Teatro Colosseo, un ex-cinema riconvertito a sala teatrale, col palco asimmetrico rispetto agli spettatori (chi si siede sulla sinistra avrà di fronte una parete!).
E qui arriva la delusione più cocente (per me). In termini generali, valutando popolarità e valore artistico, un teatro da 200 posti a Roma ritengo sia piccolo per un concerto di Pollina... e invece alla fine i presenti saranno solo una cinquantina. Pazzesco.
Non ne ho le prove, ma credo che anche il buon Pippo (che, se sta leggendo, potrà commentare) deve aver accusato il colpo.
Potrà essere stata la copiosa pioggia caduta sulla capitale? Una comunicazione carente? Un posto sbagliato? Tutto questo insieme? Altro ancora? Fatto sta che ancora una volta Pippo si presenta a Roma in un giorno tradizionalmente moscio (il lunedì), in un locale fuori di ogni circuito e praticamente senza promozione (se non il passaparola di fans e amici). Significativo che la signora Carmen (che richiede Gracias a la vida) abbia conosciuto Pippo solo due settimane fa, quando è stato ospite del "TG3 - Linea notte".
Il concerto è bellissimo come sempre, ma un leggero velo di malinconia aleggia per tutta la serata. Sul palco Pippo si dimostra per quello che è: bravo!

Anche se è un concerto "à la carte", sceglie lui almeno la metà dei brani; sono curiose però alcune richieste, come una ragazza francese che chiede Ne pas se pencher au dehors senza conoscerla... e poi scopre che nella sua lingua c'è solo il titolo! Si tornano ad ascoltare tanti brani che ultimamente venivano suonati un po' meno (Pristina '99, Camminando, 19 luglio 1992, Amsterdam, ...), ma anche Bella ciao e Chiaramonte Gulfi. Con il pubblico si instaura un buon rapporto, anche nei momenti in cui i brani vengono presentati attraverso aneddoti personali dell'autore.
Tutto scorre via liscio per un'ora e mezza nella quale dimostra, una volta di più, di essere straordinario interprete e strumentista, al piano, alla chitarra e al tamburello (quest'ultimo nella sanguigna Tammurra e vuci). Due bis richiesti a gran voce e poi via.

Agrodolce dicevo all'inizio: e infatti la bellezza di sentire il sempre bravissimo Pippo Pollina lascia il posto anche ad un po' di amarezza. Posssibile che non sia possibile far conoscere come si deve (in Italia) questo straordinario cantautore? Non è arrivato forse il momento di ribalte più prestigiose? Chi si occupa di Pollina nel nostro Paese dovrà pensarci con attenzione in prospettiva futura.

PS: per l'ultima foto ed il video di 19 luglio 1992 ringrazio Sebastiano Gulisano, per il video di Bella Ciao/Chiaramonte Gulfi, Donnigio.

sabato 5 settembre 2009

Andrea non si è perso


Andrea Papetti è un cantautore marchigiano che esordisce su cd con "L'inverno a settembre". Andrea Papetti è un mio caro amico.
Chiarisco così il motivo per cui non potrò ambire ad alcuna oggettiva riflessione sul suo album.
Epperò di cose da dire ce ne sono. Eccome.
Andrea è un ragazzo dotato di grandi umanità e sensibilità, nascoste da una corazza burbera (ma non troppo). La vita gli ha fatto affrontare, finora, prove ed asperità che hanno lasciato qualche cicatrice, e questi segni sono ben visibili nelle sue canzoni. I temi che predilige sono temi legati alla passione civile e ai sentimenti forti. Ma questo non deve portare alla facile equazione che farebbe pensare al "solito" cd di un cantautore impegnato: testi tormentati, ambizione intellettuale ma musica pallosissima. Questo almeno era ciò che anch'io temevo di più. Invece no, grazie al cielo.

Sono le musiche, i suoni e gli arrangiamenti che mi sorprendono, brano dopo brano. Andrea ha impiegato cinque anni per autoprodursi, ma lo sforzo (anche economico, diciamolo) è stato ripagato dal risultato. E' stato bravo anche a scegliere un produttore artistico come Alessandro Svampa, che lo ha guidato con gusto e passione attraverso le difficoltà dell'esordio discografico, che per molti costituisce un banco di prova insormontabile.
Ad un primo ascolto emergono qua e là possibili riferimenti artistici utilizzati come fonte d'ispirazione, ma nell'insieme dimostra già una buona personalità, che si svincola da scimmiottamenti di esperienze passate in cui cadono frequentemente i cosiddetti cantautori.
In quesi anni ho fatto il tifo per lui, in alcuni momenti l'ho sentito in difficoltà e anche parecchio, tanto da pensare che forse questo album non ce l'avrebbe fatta a vedere la luce. Le etichette, e l'indistria discografica in generale, sappiamo in che modo si muovono: per autori come Papetti spazio ce n'è poco o niente. Invece Andrea ha la testa dura e dopo questa pubblicazione in proprio, forse arriverà anche una distribuzione (magari via web).

Ho ascoltato varie volte il disco, in questa settimana. Ogni volta noto qualcosa in più. Noto ad esempio che ero partito ben disposto, pronto a perdonare le inevitabili ingenuità e rozzezze di un esordio (per di più autoprodotto!) di un amico, e invece dentro "L'inverno a settembre" c'è ben poco da perdonare. Ci suonano artisti di caratura assoluta come Alessandro Svampa (per anni batteria di De Gregori), Massimo Fumanti (già con Locasciulli) o Luca Bulgarelli (stabilmente al basso con Cammariere). A tutto questo aggiungiamo Pippo Pollina, col quale duetta nella bonus track "Banneri" in dialetto siciliano(!).
Il risultato è un album vero, dove Andrea Papetti risulta finalmente per quello che è. Dopodiché potrà anche non piacere. Ci sono momenti però che difficilmente deluderanno, anche se ho difficoltà ad indicare i miei preferiti. Trovo ad esempio una delizia la piccola gemma che arriva al numero 10, "Ninna nanna": dove viene fuori tutta la tenerezza di un ragazzino (l'Andrea di qualche anno fa) e dove i toni sono soffici di ricordi e malinconie. Ma anche la dedica ad Enzo Baldoni nella cruda "Inferno Baghdad" e la coinvolgente "Vanilla Sky" che mi piacerebbe sentire presto dal vivo. Senza parlare della sofferta titletrack "L'inverno a settembre" dedicata (come tutto l'album) alla mamma di Andrea.
Una menzione a parte la merita la bella copertina dell'album curata dal collega cantautore ed amico Fabrizio Emigli: e pensare che negli anni '70 gli album di (Fausto) Papetti andavano a ruba grazie anche alle copertine sexy... ma questo è un altro discorso.
Quello che conta è un brillantissimo disco d'esordio, che spero abbia presto la possibilità di essere presentato anche con concerti dal vivo.
Bravo Andrea. Oggettivamente.

PS: chi volesse ordinare il cd può mettersi in contatto con Andrea Papetti (andreapapetti@alice.it)

martedì 25 agosto 2009

Ritmi marittimi


Fa un certo effetto pensare che l’ultima volta in cui ho visto Tony Esposito dal vivo era 25 anni fa allo Sferisterio comunale di Cuneo: la tournée di Kalimba de Luna.
Oggi invece lo ritrovo a Termoli, in Molise, per la festa in piazza della notte di ferragosto. Ogni anno sul lungomare arriva un gruppo (per lo più di “vecchie glorie”) per intrattenere il pubblico numerosissimo prima del tradizionale spettacolo pirotecnico dell’Incendio del castello, a mezzanotte.

Quando, dopo le 22, Tony sale sul palco con la sua band si assiste invece ad uno spettacolo che non è affatto da vecchia gloria. Fa piacere vedere come gli anni siano stati benevoli con un Esposito in ottima forma circondato da bravi musicisti dei quali non sono stato in grado di comprendere i nomi (a proposito: i fonici qualche sforzo in più potevano farlo...). Tony al centro del palco è il regista di ogni singolo strumento: gesticola, ammicca, indica… e i musicisti lo seguono, come guidati a distanza, pronti a ricevere l’imbeccata. Tra le percussioni tradizionali ed etniche spicca anche una drum machine, che consente di ampliare all’inverosimile il colore che il percussionista dà ai propri brani.
La scaletta spazianel repertorio del Nostro, attraverso le musiche (alcuni famosissime) che hanno costellato la decennale carriera del nostro: Tierra, Pagaia (sigla di Domenica In nell’82), Kalimba de Luna (disco per l’estate 1984), Sinué, …

Tony Esposito come artista è sempre stato alla ricerca di mezzi con cui esprimersi, prova ne sono i fondali che sono ricavati da sue pitture. Il pubblico gradisce e segue applaudendo con passione, ricambiando il calore che emanano i musicisti sul palco. Qualcuno prova pure a lanciare complimenti in stile partenopeo (“Tony… tu si’ a freschezz’e Napule!”). Ma la musica di Tony non è circoscrivibile ad un’area: è davvero “musica del mondo” con influssi mediterranei, caraibici, brasiliani. Il lungo viaggiare degli scorsi anni è rimasto dentro alle sue note. Il mare è la connotazione che maggiormente unisce i suoi brani, e sentirli suonare a pochi metri dalla riva con un’aria carica di salsedine aggiunge un tocco di fascino in più. Il concerto scorre via con piacevolezza mettendo in risalto ritmi e atmosfere che abbiamo imparato ad apprezzare negli anni. Ma è quasi mezzanotte. Bisogna lasciare spazio ai fuochi d’artificio. Peccato, saremmo rimasti volentieri.
PS: le foto allegate sono quelle che ho scattato alla serata termolese. Il set completo è sul mio account flickr.

mercoledì 5 agosto 2009

L'Orlando grandioso


Per fortuna esistono ancora le arene estive, che mi consentono il recupero in extremis di film che altrimenti sarei costretto a vedere solo sul piccolo schermo.
Approfittando della tempestiva segnalazione dell'ineffabile Donnigio, riesco così a vedere Il papà di Giovanna di Pupi Avati, a quasi un anno dall'uscita nelle sale! Di questa pellicola si è molto parlato in occasione della partecipazione al Festival di Venezia e del premio assegnato a Silvio Orlando: in effetti non sono pochi i motivi per inserirla tra la migliore produzione cinematografica della stagione appena passata.
Pupi Avati quando centra una storia riesce a raggiungere livelli narrativi eccezionali e "Il papà di Giovanna" costituisce una delle sue migliori prove di sempre. Dopo appena due giorni, non ho resistito e ho rivisto il film in DVD, potendone così assaporare ulteriori sfumature.
Potrei provare a farne una recensione più organica, ma preferisco sottoporvi le mie disordinate emozioni, frutto una visione più approfondita 
del film:
  • La Bologna a cavallo della II guerra mondiale è descritta con discrezione, quasi a cercare di elevare la storia ad un livello più universale. Riecheggiano i momenti terribili degli anni '40 e con maestria Avati ci propone lo svolgersi in parallelo di un duplice vortice di follia: quella di una ragazza che scivola inesorabilmente verso un delitto efferato e quella di un'intera nazione che conosce le pagine più atroci del ventennio fascista e della guerra. Oltretutto la città emiliana è ricostruita interamente a Cinecittà, con una perizia che andrebbe sottolineata.
  • Figura di spicco nel dipanarsi della storia è Michele Casali, interpretato da Silvio Orlando. Un'interpretazione che gli è valsa giustamente la Coppa Volpi e che lo conferma tra gli attori più grandi che abbiamo in Italia. La recitazione è sempre a livelli straordinari lungo tutto l'arco del film, tanto da farmi azzardare un paragone con "colui che neanche si deve provare a confrontare": Eduardo De Filippo. Colpisce in lui la capacità di far evolvere la psicologia del personaggio attraverso le insidie (evitate) di una facile malinconia o stereotipi di pateticità: Orlando padroneggia le emozioni proprie e dello spettatore, lasciando sbalorditi per bravura ed intensità. Mostruoso.
  • Alba Rohrwacher si destreggia benissimo nei panni di una ragazza "così particolare" come Giovanna. Se è vero che le hanno scritto una parte bellissima, va anche ribadito come sia sua la capacità di farla propria fino alla verosimiglianza più totale. La battuta finale del film, quel "Mica è proibito" mi dà i brividi ancora adesso e costituisce uno dei finali più belli che abbia visto negli ultimi anni.
  • Sorprendenti, poi, gli altri interpreti: Francesca Neri e, soprattutto, Ezio Greggio. Siamo abituati a vederlo agire un po' sopra le righe in programmi televisivi come "Striscia la Notizia", eppure non potremmo immaginarlo più a suo agio nel ruolo drammatico di un uomo mite che si muove a colpi di sfumature, tra sguardi eloquenti e parole non dette. Mi auguro di vederlo nuovamente in un bel lavoro come questo.
  • dialoghi sono spontanei e non riflettono impostazioni di maniera cui spesso ricorrono le ricostruzioni cinematografiche dell'Italia fascista. Anzi è proprio la diffusa naturalezza del film che gli evita i cliché del caso.
  • Per ultimo suggerisco di far caso alle scenografie (Giuliano Pannuti) e ai costumi (Mario Carlini e Francesco Crivellini). La ricostruzione è così meticolosa ed alcuni dettagli sono così ben individuati che sembra di ritrovare le cose dei nostri nonni che abbiamo visto tante volte, ma quando ancora non erano d'antiquariato.
Un gran bel momento di cinema che probabilmente molti di voi avranno già visto. Chi fosse in ritardo come me... beh, non se lo facesse scappare.

venerdì 3 luglio 2009

Purtroppo Gianni/Giorgio/Giovanni Rinunciano


Esistono vari modi per dirsi addio. Con le lacrime ed i singhiozzi, oppure con rabbia, violenza e rancore, ma anche con indifferenza o distacco o addirittura sollievo.
Raramente gli addii hanno il crisma della creatività.
E' questo invece il caso dell'ultimo album dei PGR di Gianni Maroccolo, Giorgio Canali e Giovanni Lindo Ferretti, intitolato "Ultime notizie di cronaca".
Eviterò ora di ripetere le origini del gruppo (CCCP, Litfiba, CSI, i primi PGR, ...) per evidenziare solo la bellezza di questo lavoro. Il contratto in scadenza con la casa discografica e gli obblighi connessi avrebbero potuto portare ad una mesta conclusione dell'avventura, ma i nostri tre non sono artisti qualsiasi, e lo si capisce anche da questo. Registrano insieme per l'ultima volta e danno conclusione alla storia con nove meravigliosi "articoli di cronaca". Ogni brano è infatti cronaca di... qualche cosa, che nei testi attiene a quell'universo ferrettiano, ed abbiamo imparato ad amare negli anni: la vita montana, la guerra, il rapporto con il divino. Brividi sparsi e meditazioni sommesse. Mi ha affascinato in particolare "Cronaca filiale" dove le parole (vi invito a leggerle al più presto) rappresentano una delle dichiarazioni d'amore più alte che abbia mai letto, parole che credo ogni madre vorrebbe sentirsi dire ad una certa età.

E' un Ferretti contemplativo l'autore dei versi dell'album: un uomo che davanti all'addio cerca valori assoluti, tirando le somme di ciò che è stato provando ad immaginare ciò che seguirà.
Ed è straordinaria la sintonia con i due compagni che curano il versante musicale.
Sebbene all'ultimo atto i tre sono ancora una cosa sola, un gruppo vero con qualcosa da dire. Le note stropicciate da tecnologie elettriche ed elettroniche sono perfettamente allineate al clima creato dai testi, in un'offerta di suoni e vibrazioni che lavorano sulle emozioni di chi ascolta.
Sembra prepotente l'ispirazione più sperimentale di Maroccolo che trascina con sé le chitarre di Canali che esprimono un suono particolarmente scarnificato.
Non facile il disco. Affatto.
Eppure resta dentro dal primo ascolto: non certo per le melodie orecchiabili, ma per il clima generale. Un album vero, insomma, dove ogni brano è una sfaccettatura che si arricchisce solo in presenza degli altri.
Adesso seguiranno altre storie e probabilmente ci innamoreremo dei nuovi progetti dei nostri (occhio al progetto "Beautiful"!): questo capitolo però resterà tra i momenti più intimi ed intensi di tutta la loro produzione. Grazie.

P.S.: Nei link qui accanto trovate quello al blog di Gianni Maroccolo. Tanto per approfondire un po'... vero Marok?

domenica 24 maggio 2009

Riporto tutto a casa


Storie buffe. Storie notturne.
Capita di tornare a casa da un cinema dopo mezzanotte. La carrozza si è già trasformata in zucca e allora ti incammini in compagnia di un amico musicante e di suoi quattro compari dediti al culto della fotografia in movimento.
Si parla di cose realizzate e magicamente dalla borsa salta fuori un dvd con un cortometraggio che ha partecipato a vari festival tra il 2008 e il 2009: si chiama "Riporto e Riparto" e gli autori sono i due compagni di strada Nicola Visotto ed Andrea Lo Coco, mentre il mio amico Donnigio ha composto le musiche. A Trastevere le strade si dividono con la promessa di una recensione. E' tardi e attendo fino al giorno dopo per vedere il piccolo dono confezionato da "mani sapienti" (vedi la foto accanto).
Parto dalla fine: l'ho visto quattro volte di seguito. Un corto fresco, piacevole, ironico e surreale. Una prova semplice e affatto banale girata in super8, con uno stile tanto spiliato da apparire senza riferimenti temporali. Merito anche dell'utilizzo della musica, che non si limita ad accompagnare ma è decisamente protagonista nella narrazione. In alcuni momenti sembra addirittura un videoclip, con montaggio veloce e cadenzato che asseconda il tema musicale.
Il ruolo degli attori è più circoscritto, volutamente, con il fioraio Mario che ricorda un po' il Pasquale Zagaria che ama la mamma e la polizia (uno dei miei riferimenti adolescenziali). I personaggi appaiono fortemente caratterizzati, quasi da fumetto, ma sono scelti con cura per far trasparire lo spirito divertente e divertito che sta alle spalle di questo gioiellino di soli quattro minuti.
Merita poi una menzione l'animazione finale con i titoli di coda.
Penso che i corti possano fornire un'occasione vera per far capire se c'è talento dietro a chi si propone come autore cinematografico: beh, Andrea e Nicola di stoffa mostrano di averne, starà a loro concentrarsi su cosa fare per crescere in questa direzione. Ma ne riparleremo. Presto.

PS: qui di seguito trovate un divertente speciale girato da Donnigio, dedicato alla partecipazione dei nostri al Festival di Ascoli.

lunedì 13 aprile 2009

Sorie di fate, cavalieri, film e architetti


La commistione di stili è alla base delle ricerche artistiche che fin qui ho condiviso con voi. 
In ambito architettonico una possibile simmetria la trovo nel quartiere romano di Coppedè, che sono tornato a visitare nel giorno di Pasqua.
Gino Coppedè (1866-1927) era un architetto fiorentino che tra il 1913 ed il 1921 disegnò e diresse personalmente la realizzazione di 17 ville e 26 palazzine in un'area che adesso è stata fagocitata dal quartiere Trieste.
Coppedè era indubbiamente un sognatore, uno di quegli artisti che prendono spunto dalle realizzazioni più diverse, ma poi le rielaborano in maniera unica. Nei villini del quartiere che porta il suo nome, troviamo riferimenti simil-medievali con affreschi e stemmi araldici, lampioni in ferro battuto, sculture ed arcate che rimandano ad edifici assiro-babilonesi, giardini liberty e decorazioni art-deco. Un rischio formidabile di realizzare un'accozzaglia pacchiana, che invece resta un caso unico nell'architettura italiana del XX secolo.
L'ingresso ideale al quartiere è da via Tagliamento dove una poderosa arcata (che avrebbe bisogno di ripulitura) immette direttamente nel fulcro dell'opera di Coppedè: piazza Mincio che al centro presenta la bella fontana delle Rane, aggiunta nel'24 e disegnata dallo stesso architetto.
Colpisce immediatamente il Villino delle Fate che assomma un numero impressionante di rimandi immaginifici al Medioevo, ma in realtà contiene un'idea di base più vicina alla letteratura fantasy che alla storia vera e propria. Di sera si può anche vedere l'illuminazione appositamente disegnata da Francesca Storaro pochi anni fa, che fornisce un ulteriore tocco di magia grazie ai colori irreali.
Ecco, l'irrealtà e la fantasia sono la base di questa architettura. Prendiamo la Palazzina del Ragno: il mascherone scolpito è un rimando diretto ad edifici assiri e lo stesso dicasi per le arcate, però qui tutto è asimmetrico, passato attraverso le lenti deformanti dell'immaginazione e non sorprende affatto, in tale contesto,  il ragno art-nouveau al centro della facciata. 
Devono averlo colto molto bene anche i registi Dario Argento (che vi ha girato "L'uccello dalle piume di cristallo" del 1970 ed "Inferno"del 1980) e Richard Donner ("The Omen" del 1976).
Ma il rapporto col cinema è avvenuto anche in senso contrario: il civico 2 di piazza Mincio è un caso unico di palazzo ricavato da una scenografia. Coppedè ha infatti costruito nella realtà uno dei fondali di "Cabiria" diretto da Giovanni Pastrone nel 1914.
Il quartiere resta una storia a parte nella produzione dell'architetto fiorentino, le cui altre realizzazioni (Torino, Genova, Messina, ecc.) meriterebbero comunque di essere apprezzate ulteriormente, effettuando un'opera di riscoperta di una delle menti creative più interessanti nell'architettura del secolo scorso, ingiustamente relegato per anni al ruolo di portabandiera del kitsch.