giovedì 22 luglio 2010

Mitici mistici



Ogni tanto mi capita di dire "ho ascoltato un album bellissimo: il mio personale disco dell'anno". Poi in realtà arrivo a dicembre con almeno una decina di "dischi dell'anno". Ad ogni modo il nuovo album dei Baustelle "I Mistici dell'Occidente" entra a pieno titolo nella categoria.
Il gruppo di Montepulciano è giàtra le mie preferenze da qualche anno, ma devo dire che l'ultimo lavoro tocca livelli di pienezza e maturità ai quali neanche speravo potessero arrivare.

Il merito è indubbiamente di una vena compositiva particolarmente felice ed di una produzione certosina curata dal celebre Pat McCarthy (già tecnico del suono dei R.E.M.) insieme al cantante Francesco Bianconi. E' proprio sul fronte dei suoni e degli arrangiamenti che il disco mostra appieno i livelli eccellenti raggiunti dal gruppo.
Già sul precedente "Amen" avevamo apprezzato una ricchezza strumentistica che raramente ritroviamo in altri lavori nazionali, ma in questa occasione i Baustelle si superano, orchestrando strumenti di ogni tipo, ricorrendo (con gusto) ad elettronica e campionamenti, giocando con le melodie e le citazioni (su tutte Morricone ne "La canzone della rivoluzione"). Eppure il riferimento che mi salta maggiormente all'orecchio è più che altro un approccio, una mentalità. Si potrebbe parlare infatti di una sensibilità musicale alla Battiato, dove la ricerca del suono e delle melodie (alcune davvero contagiose) si sposa con testi curatissimi ed intelligenti.
Per quanto mi riguarda, il disco è di una compattezza granitica, non perde mai quota dall'inizio alla fine. Lo ascolto senza soluzione di continuità, arrivando a scoprire continuamente cose nuove grazie alla straordinaria ricchezza di musica e parole. Bellissimo.Trascinato da veri e propri hit come "Gli spietati" e "Le rane", il disco fa il giro di tutte le radio, divenendo (sorpresa?) disco d'oro in brevissimo tempo: e mi torna alla mente un'episodio analogo per il rock italiano, quando nel 1997 i C.S.I. raggiunsero il primo posto di vendite con "Tabula rasa elettrificata".

I Baustelle, però, non li ho ancora mai visto dal vivo. Molte delle referenze che mi arrivano non sono buone, ma li ho visti due volte in tv e non mi sono affatto dispiaciuti. Decido quindi di approfittare del concerto romano a Capannelle, in ticket con Nina Zilli.
Nina è una recente acquisizione della musica leggera nazionale, che si muove nei canoni del soul tradizionale della Tamla Motown. Difficile pensare a qualcosa di più diverso dai Baustelle. Proprio la bella Zilli apre il concerto, con un'ora di brani sicuramente piacevoli, anche se il meglio viene fuori quando esce dal ruolo un po' forzato da Aretha dei colli piacentini (anche il foulard nei capelli...) e si lascia contaminare da reggae e dub.

Ma io sono lì per i Baustelle, che finalmente (dopo un estenuante cambio palco) iniziano a suonare. I primi brani risultano penalizzati da livelli sballati nel mixer, peccato. Un po' ne risente anche il gruppo, che addirittura, al quarto brano ("San Francesco"), rischia di smarrirsi davvero: la ritmica e la voce di Bianconi sembrano andare per conto proprio. Terribile.
Allora avevano ragione i detrattori delle loro performance dal vivo?
Valutando il prosieguo del concerto direi di no. Il fatto è che i Baustelle amano arrangiamenti ricchi e orchestrazioni estremamente complesse, si presentano in otto(!!!) sul palco, e se la tecnologia di amplificazione non è perfettamente calibrata ... ecco che si rischiano le figuracce.
E infatti quando finalmente i tecnici audio riescono a riprendere il controllo del mixer la storia cambia.
Nel frattempo sono già state sparate le hit ("Le Rane" e "Gli Spietati"), ma il livello dei brani proposti continua ad essere altissimo e pesca soprattutto negli ultimi tre lavori.

Picchiano forte i Baustelle, eccome! E il pubblico ricambia con calore, eccome! Due ore serratissime nelle quali appare un po' sottotono la voce di Rachele (l'umidità?), mentre Francesco Bianconi sembra davvero a proprio agio come riferimento per gli altri musicisti. Davvero impressionante il lavoro delle chitarre, che dispensano ondate di potenza e perizia. Si riascoltano volentieri "La guerra è finita", "Colombo", "Charlie fa il surf", la vecchia "EN" e la bellissima "Il sottoscritto".
Ci si diverte sul palco e anche sotto, tanto che al termine le richieste di bis sono particolarmente intense: a questo punto (alla seconda chiamata in scena) arriva una vera gemma in regalo. Una dedica speciale alla città che ospita il concerto, che viene fatta nel presentare una variante studiata nel pomeriggio: la celebre "Piangi Roma" (clone del finale di "Passaggi a livello" di mastro Battiato!!!) viene preceduta da "Nun je dà retta Roma" (eccellente la pronuncia romanesca), a suo tempo portata al successo da Gigi Proietti. Brano attuale come non mai, col quale Bianconi auspica un "nuovo risorgimento" per questo Paese.
Nell'attesa, io mi accontento di questo "risorgimento" per il rock d'autore italiano.

sabato 10 aprile 2010

Dai diamanti non nasce niente


Dal 24 febbraio al 30 maggio, Roma ospita (al Museo Dell'Ara Pacis) la mostra dedicata a Fabrizio De André, intitolata semplicemente "Fabrizio De André - La mostra".

Ne avevo sentito parlare bene in occasione del primo allestimento presso il Palazzo ducale di Genova. Bel modo per festeggiare i 70 dalla nascita, mi sono detto, e con l'occasione vado a far visitare l'altare della pace augustea ai miei pargoli.
Infatti dopo aver visto il monumento (che è lì da 2020 anni) e la nuova struttura che lo contiene (che è lì da 10 anni), scendo al piano interrato dove si svolge la mostra sul cantautore che più di ogni altro ha segnato la mia sensibilità poetica negli anni dell'adolescenza.
Tutto si svolge nella penombra, per far risaltare le scelte di un allestimento fortemente caratterizzato dalle proiezioni. Ma la maniera in cui sono disposti gli schermi della prima sala non facilita affatto i visitatori, a meno che non siano in numero inferiore ai venti (impensabile, visto il pienone da stadio). E quindi ci si ostacola nel cervellotico ping pong da un lato all'altro di schermi trasparenti, con un audio contemporaneo di quattro filmati che rendono il tutto caotico.

I video sono molto belli, realizzati con spezzoni di canzoni, interviste e riproduzioni di testi originali, ma sono sacrificati sull'altare di installazioni scenografiche belle quanto scomode. E poi l'audio: si da per scontato che la musica sia importante in queste mostre, e invece i diffusori piatti utilizzati hanno la dinamica di una radiolina!!!
Cerco invano un segnale che indichi nel buio la tenda nera da cui entrare nella seconda parte della mostra e indovino al terzo tentativo. Un corridoio largo un metro e mezzo ospita dei fantastici tavoli interattivi sui quali posare una copertina di LP, la quale viene riconosciuta da un sensore. A questo punto partono filmati relativi all'album relativo. Peccato che così si crei una lunga fila di persone con disco in mano in attesa del proprio turno.
Il corridoio prosegue con bacheche contenenti i cimeli: i 45 giri di ogni edizione, i master e gli acetati della Ricordi, quaderni di appunti autografi, pagelle scolastiche (anche cinque in italiano!!!) e persino un pianoforte sul quale Fabrizio ha composto alcuni dei primi brani. Emozionante.

Si passa poi alla sala dei tarocchi dove brevi video illustrano i personaggi della poetica di De André, basandosi sulle carte disegnate da Pepi Morgia per la scenografia del tour de "Le nuvole". Anche qui gli organizzatori danno il meglio di sé: non essendo previsto alcun posto a sedere ci si adatta come si può su sgabelli di fortuna, qualcuno prova a sedersi per terra per non disturbare la visione delle persone che stanno dietro, ma il celere servizio d'ordine gli impone di rialzarsi: bisogna lasciare vuoto il centro della stanza!
Sinceramente irritato vado nell'ultima sala in fondo. Una sala dove si proietta un mega video di 5 ore curato da Vincenzo Mollica sulla base degli archivi Rai. E' gremita all'inverosimile ed i posti a sedere sono pochissimi in confronto all'affluenza dei visitatori: le persone si calpestano, spingono, inciampano nel buio. Resisto a questa follia solo il tempo necessario per vedere (si fa per dire) "Il pescatore" suonata con la PFM. ...'Fanculo...
Non vedo l'ora di uscire ed imbocco l'ultimo corridoio che vede dei banchi ottici montati su cavalletto nei quali il visitatore può inserire delle lastre fotografiche che fanno partire filmati che descrivono 25 momenti della vita del Faber. Ma scivolo oltre... con un senso di fastidio.
Sinceramente una mostra del genere meritava una ambientazione migliore. Possibile che gli organizzatori non abbiano previsto che su De André non si può realizzare una mostra "per pochi intimi"?

lunedì 15 febbraio 2010

Sei anni con i Bellowhead


Gli inglesi hanno sicuramente molte pagine di storia per le quali chiedere scusa al mondo: basterebbe citare tra i tanti Margaret Thatcher e i Teletubbies. Hanno però altrettanti validi motivi per tenere alta l'attenzione sulle proprie tradizioni. Devono aver pensato a questo i Bellowhead nel dar vita al loro progetto musicale. Sarebbe fuorviante però pensare al gruppo in questione come ad una band di nostalgici giovanotti alla riscoperta delle radici del folk inglese. Grazie ad un intrico di citazioni e contaminazioni varie (dai Pogues a Milton Nascimento), la miscela assume personalità e gusto del tutto unici.
Gli undici componenti provengono da differenti esperienze, ma grazie alla regia del duo John Spiers e Jon Boden che nel 2004 i Bellowhead muovono i primi passi. Il duo ha anche un'attività parallela a proprio nome che ad oggi ha già prodotto 5 dischi.
L'anno seguente vincono il premio BBC Folk Award come miglior band e pubblicano l'ep "E.P.onymous", a cui fa seguito nel 2006 l'incredibile album d'esordio "Burlesque".
Gran parte dei brani sono canzoni della tradizione britannica dell'800, ma l'operazione non potrebbe essere più fresca e vitale, cancellando ogni possibile patina di formalismo da musicologo e innervando gli arrangiamenti con soluzioni estrose e coinvolgenti.
I Bellowhead iniziano un'intensa attività live che li porta in tutta la Gran Bretagna con puntate in Olanda e soprattutto in Canada. L'album viene acclamato ovunque e la popolarità inizia a crescere fino al culmine della tournée con un concerto allo Shepherd's Bush Empire, che diviene successivamente un bellissimo dvd. La scelta di esibirsi per lo più in piccoli teatri, si abbina magnificamente all'atmosfera (evocata già nel titolo dell'album) tipica del teatro burlesque vittoriano.
Nel 2008 esce il nuovo album "Matachin" che prosegue sulla stessa strada, ma riporta negli arrangiamenti ulteriori venature di stampo gitano e balcanico, con echi di esperienze già intuite dall'indimenticabile Penguin Café Orchestra.
Anche qui i consensi non mancano, merito anche della giocosità diffusa nelle tracce dell'album. Si divertono, i Bellowhead, e si sente. Il serio musicologo oxfordiano dà il meglio di sé dopo qualche pinta o, meglio, qualche bicchierino (Whiskey is the Life of Man). Persino lo strumentale Trip to Bucharest (unico brano non tradizionale) riesce a tramettere l'ironia di un viaggio disastroso ed un concerto annullato. Ad ogni ascolto l'album sembra migliorare e credo di averlo davvero consumato in quest'ultimo mese.
Sono ormai padroni della scena e generosi intrattenitori in concerti appassionanti: la BBC4 gli affida addirittura uno special natalizio nello scorso dicembre (rintracciabile come torrent negli archivi dimeadozen.org) con tutti i musicisti e gli spettatori che sembrano usciti da un racconto di Dickens.
A questo punto siamo davanti ad una delle migliori formazioni inglesi degli ultimi anni: con un undici così, l'Inghilterra potrebbe anche vincere i mondiali.

giovedì 31 dicembre 2009

Carneficina in salotto


Bel modo per finire l'anno. Una serata a teatro.
Lo devono aver pensato in tanti l'altra sera, perché il Teatro Eliseo è stracolmo. Un pienone quasi inaspettato per un lavoro di cui non si sta parlando molto sui giornali. Eppure...

"Il dio della carneficina" è una commedia scritta dalla francese Yasmina Reza (genitori ebrei di origine iraniana e ungherese) che ha già avuto edizioni in molte lingue, tra le quali quella in inglese (God of Carnage) tradotta da Christopher Hampton (il regista dell'indimenticabile "Carrington").
I personaggi nelle varie edizioni hanno goduto dell'interpretazione di grandi attori quali Ralph Fiennes (Inghilterra), Jeff Daniels e James Gandolfini (USA), Isabelle Huppert (Francia)....
Tra i vari riconoscimenti ricevuti il Laurence Olivier Award ed il Tony Award, entrambi nel 2009. Mica uno scherzo.
La vicenda narra di due coppie che si incontrano a seguito di una lite tra i rispettivi figli undicenni. Provano inizialmente a trovare un chiarimento civile, ma la vera natura dei singoli non tarda a venire alla luce, fino ad arrivare a mettere in discussione ogni aspetto delle proprie esistenze.
La versione italiana (tradotta da Alessandra Serra) parte già con il piede giusto nel momento in cui si sceglie a dirigere Roberto Andò, uno dei più francesi tra i nostri registi. Ma quella che mi sembra particolarmente centrata è la scelta dei quattro attori: da un lato la coppia borghese-progressista formata da Silvio Orlando e Anna Bonaiuto, che appare mossa da intenti di giustizia e convivenza civile, mentre a fare da contraltare sono i più giovani e superficiali Alessio Boni e Michela Cescon.
I dialoghi sono serrati e ben costruiti, e i quattro sono bravissimi nel costruire l'identità dei propri personaggi dosando sguardi e pause, senza mai cadere nel rischio di un eccesso di caratterizzazione. Se ormai Orlando e la Bonaiuto sono veri e propri mostri sacri della scena e siamo abituati (per così dire) a prove magistrali, la coppia Boni-Cescon invece mi ha sorpreso per maturità e sensibilità:
la Cescon (della quale ricordo un magnifico Cuore sacro di Ozpetek al cinema) riesce a tradurre benissimo il disagio latente di una donna non intelligentissima, mentre Alessio Boni sa fondere alla perfezione l'arroganza dell'uomo di successo (senza scrupoli, come la casa farmaceutica per cui lavora) alla capacità tutta maschile di fare fronte comune per difendersi dalle responsabilità che una famiglia impone.
Non mancano le battute memorabili ("La vita di coppia è la prova più disumana a cui Dio ci ha sottoposto") e gli applausi arrivano anche a scena aperta. E' un saliscendi di toni ed emozioni che si inseguono e si intensificano, anche perché il tasso alcolico dei personaggi sale nel finale, rivelando gli aspetti più nascosti nell'indole di ognuno.
Bella la scenografia circolare che non varia per tutta l'ora e mezza di durata dello spettacolo (senza intervallo), tranne che per il colore del fondale che passa dal rosso al verde.
Indubbiamente una grande produzione di qualità per il teatro italiano che, dopo Roma (dove rimarrà fino al 10 gennaio), continuerà la tournée in giro per l'Italia: fossi in voi non me la lascerei scappare.
PS: l'edizione italiana del testo è pubblicata in Italia da Arcadia&Ricono.

lunedì 28 dicembre 2009

Te recuerdo Victor


Non si può dire che Victor Jara sia particolarmente conosciuto dalle nostre parti. Anche chi ne ha sentito parlare, come il sottoscritto, magari ne conosce solo pochi brani, quelli più famosi.
Eppure non sono state poche le occasioni nelle quali si è cercato di dare lustro a questo straordinario poeta/cantautore cileno, vittima della repressione di Pinochet nel 1973 non ultimi l'album "Conosci Victor Jara?" di Daniele Sepe o "Il giorno del falco" di Pippo Pollina.
Una delle difficoltà principali per una maggiore diffusione dell'opera di Jara è rappresentata dalla lingua, questo devono aver pensato Gianni 'Donvito' Donnigio e Sebastiano Cuscito nel dare vita al progetto Manifesto di Victor. Si tratta di un lavoro che il duo ha messo in piedi partendo dalle canzoni di Victor Jara e che traduce in italiano (con attenzione e rispetto) i suoi testi. Dopo un periodo di prove per affinare anche le sonorità con cui presentare il progetto, il 19 dicembre scorso c'è stato l'esordio dal vivo in occasione della festa "Indovina chi viene a pranzo?" organizzata presso la Città dell'Utopia di Roma. Gianni e Sebiano vanno in scena dopo l'esibizione della "Banda Tom Joad" (analogo progetto dedicato a Bruce Springsteen, di cui parleremo prossimamente).
Fa freddo e il cielo promette pioggia, ma il Manifesto riscalda i cuori con una serie di esecuzioni bellissime anche se osteggiate da problemi tecnici (di amplificazione) e logistici (un giovinastro ottenebrato e con occhiali da sole, che pretende di uscire con la macchina dal piazzale destinato al mercato e al concerto... no comment).

Colpiscono nel segno le versioni di "Luchin" e "Herminda de la victoria", con Donnigio all'acustica che canta in maniera appassionata e appassionante e Sebiano che riesce a fondere la sonorità dark-wave del basso e l'e-bow della chitarra elettrica con la matrice espressamente latina dei brani. E' proprio questo il punto di forza del progetto: non una sterile riproposizione di ciò che è stato Jara, bensì una riscoperta che non nasconde il fatto che siano passati 40 anni. Sarebbe ridicolo un effetto nostalgia per qualcosa che non abbiamo vissuto, mentre risulta bellissimo scoprire quanto ci sia ancora di bello nella musica di Victor Jara.
Vi invito quindi ad approfondirne la conoscenza sulla pagina myspace e nel video di "Il giorno del falco / Manifiesto"... in attesa di notizie sulle prossime date.


giovedì 19 novembre 2009

E' nato Niro

Le cose migliori accadono in maniera quasi fortuita ed il caso ci offre occasioni che altrimenti ci sfuggirebbero. E' stato così che ho scoperto un mese fa The Niro.
Sul CD allegato a XL di Repubblica del mese scorso c'era un brano che volevo assolutamente ascoltare, l'esordio dei Beautiful (il nuovo gruppo di Gianni Maroccolo).
L'album è registrato dal vivo a Livorno per ricordare i 40 anni dal concerto di Woodstock. In realtà si tratta di un disco buonino ma niente più, ma fin dal primo ascolto mi colpisce una gemma inaspettata, di valore assoluto: la versione di Summertime (ricordate Janis Joplin?) eseguita da The Niro.

Stento ancora a credere alle mie orecchie, uno dei brani che preferisco in assoluto rivisitato in dimensioni nuove, magnifiche, appassionanti e appassionate.
La molla è scattata. Chi cavolo è The Niro?
Non resta che mettersi alla ricerca con l'aiuto di internet e scoprire che si tratta di un giovane musicista romano di Capannelle di nome Davide Combusti: un autentico cavallo di razza se mi passate il giochino di parole. Ha pubblicato un album, un ep e ha partecipato a varie compilation. Il nome d'arte gli resta appiccicato dalla precedente esperienza di gruppo. L'inizio è dietro i tamburi ma ben presto si dimostra abile con la chitarra ed il basso, fino a mettere in luce doti canore d'eccezione. Poi concerti a profusione in Italia e all'estero, anche come spalla di Carmen Consoli, fino al contratto discografico con la Universal.
Parte la caccia all'album, che finalmente mi procuro.
Nonostante l'edizione per una major, si tratta di una confezione un po' povera, in cartone, messa in vendita a 15 euro e 90, ma per un esordio va benissimo. Quello che conta è il disco.
E qui viene il bello: un contenuto che supera ogni aspettativa. Suonato talmente bene che non sfigura affatto vicino a produzioni internazionali più blasonate, con brani vari e dinamici che rivelano un'ispirazione davvero felice.

I testi in inglese sono intrisi di una musicalità naturale che il cantato estremamente personale rende particolarmente fascinosi. Qua e là emerge qualche lieve ingenuità compositiva, talmente lieve che non riesce mai a diventare un difetto.
The Niro ha riversato in questo primo album omonimo tutto ciò che ha assorbito negli anni: un po' come una spugna ha raccolto sensazioni, stili e armonie, ed ora ce le ripropone dopo averle filtrate attraverso la propria sensibilità. Un lavoro bello e sincero dal quale si stagliano brani di bellezza assoluta, quali "Liar", "About Love and Indifference" e "An Ordinary Man" (i link sono alla pagina ufficiale su youtube).
Colpisce poi che The Niro si sia avvalso di altri musicisti solo in alcune circostanze: dal libretto si nota infatti che è l'autore stesso a suonare chitarre, bassi, tastiere, batteria, percussioni, armonica e banjo! One-man band nen vero senso del termine!
Non ci sono mode nel suono del bravo Combusti, il suono è compatto ma raffinato, riecheggia di anni nei quali l'amplificatore a valvole riscaldava le corde elettriche, ma la freschezza della proposta non lascia spazio a nostalgie. Dopo aver presentato l'album dalle nostre parti, The Niro è andato anche all'estero ottenendo consensi in Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Vale la pena di ascoltare questo disco che avrei eletto a disco dell'anno se non l'avessi scoperto in ritardo (è uscito nel maggio 2008!) e soprattutto di attendere la prossima prova di The Niro che è attesa per l'inizio del 2010.


venerdì 6 novembre 2009

Tre volte Pollina


E' stato un mese intenso per un appassionato di Pippo Pollina come me. Prima il nuovo cd dal vivo, poi una tournée con orchestra ed infine una manciata di date da solo.
Ho scelto di aspettare di concludere il trittico per riunire in un'unica considerazione questi eventi, contraddistinti da un sapore agrodolce. Vediamo un po' perché...

Il 2 ottobre è uscito "Tra due isole", il suo nuovo album live (dopo "Racconti e canzoni" del 2006, "Ultimo volo" del 2007 e "Ancora insieme" (con Linard Bardill) del 2008).

Registrato a Zurigo lo scorso settembre, documenta la prima data della tournée insieme all'orchestra del Conservatorio di Zurigo, che celebra i 25 anni di carriera. Un bel regalo della città di Zurigo e un bel modo per fare festa partendo dalle due isole del titolo, che sono poi le due radici di Pippo: la Sicilia e la Svizzera. In attesa di vederlo di persona, sono deciso a godermi la performance in CD.
Nell'insieme è un gran bel disco. Le orchestrazioni sono curate dal maestro Matesic, che sembra rivelare in molte parti una forte passione per Rossini ed i suoi crescendo. Il lavoro sui brani per renderli "orchestrali" è ben fatto: il risultato non snatura le canzoni di Pippo, anzi in un paio di occasioni (Sambadiò e I ragazzi della via Paal) si notano piacevoli evoluzioni sonore che impreziosiscono i brani, donandogli addirittura nuova linfa. Ma quello che più mi colpisce è, in generale, la straordinaria universalità dei brani di Pollina, che negli anni subiscono senza colpo ferire cambi di arrangiamento e di interpretazione, eppure restano sempre gradevolissimi proprio per la loro bellezza intrinseca.
Qualche perplessità mi deriva invece dalla registrazione. Va detto che un live con orchestra è difficilissimo da realizzare: c'è sempre il rischio di impastare gli strumenti a causa della problematica gestione dei microfoni. Il CD in questione infatti rivela qualche incoerenza nei suoni (la batteria ad esempio), alla quale c'è poi da aggiungere una difficoltà ulteriore: i fiati suonati da elementi giovani sono quasi sempre poco potenti, e infatti qua e là il suono registrato appare un po' sgonfio. Probabilmente un lavoro di missaggio più attento avrebbe potuto migliorare il risultato, ma forse la voglia di pubblicare l'album a distanza di neanche un mese dalla registrazione può avere influito. Ecco, nel risultato finale traspare un po' di fretta (anche nello scrivere i titoli in copertina, dove sfugge un "quì" con l'accento...), ma si tratta di peccati veniali in un lavoro altrimenti di alto livello artistico.


Dopo due settimane di ripetuti ascolti riesco a godermi l'esperienza di vedere dal vivo Pippo ed orchestra. Saltata la prevista data di Roma, ripiego su quella di Orvieto (120 km di differenza, ma non voglio perdermi questo tour).
Il teatro Mancinelli è bellissimo, pieno di affreschi e stucchi, dal sapore antico e nobile. Il pubblico è abbastanza numeroso ma un po' anomalo per un concerto di Pollina: sono in molte le persone attratte dall'evento e dalla presenza di un'orchestra sinfonica, ma non si tratta necessariamente di fans di Pippo. Questo aspetto si nota un po' nella estrema compostezza con cui seguono il concerto (i miei ripetuti "Bravo" vengono tollerati da sguardi sorpresi).
La scaletta ripercorre quella del disco live, anche se la dinamica acustica di un'orchestra dal vivo è completamente un'altra cosa, tutto è molto più emozionante. Eppure la scelta di amplificare tutti i suoni mi disorienta un po': è innaturale vedere gli strumenti da un lato e sentire il suono dall'altro, anche se forse nei posti centrali questo effetto si minimizza.
Matesic dirige alla grande, i ragazzi non gli tolgono gli occhi di dosso e l'atmosfera generale è di divertimento collettivo. Mi piacciono i visi dei ragazzi vestiti da orchestrali, in loro c'è un misto di ingenuità, furbizia, speranza, allegria ed emozione. Una bella gioventù. Pippo scherza con loro e li mette a proprio agio, e loro ricambiano mettendogli a disposizione tutto quello che è stato il loro studio in questi anni. Un'esperimento che si dimostra riuscito, e che mi auguro possa ripetersi in futuro, che fa bene alla musica e al cuore.
I brani si susseguono, emozionando. Come nella straordinaria Marrakesh (il video è qui) o ne Il giorno del falco... da spellarsi le mani (se vi interessa qui c'è anche Signore da qui si domina la valle sempre dal concerto di Orvieto).

Mi trovo a riflettere ancora una volta su quello che è Pippo Pollina, un discorso fatto tante volte. Tra i cantautori italiani della sua generazione è ai vertici assoluti, eppure un tour importante come questo trova tante ambientazioni di provincia, ma "liscia" città come Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Era un'occasione d'oro per consentire di ampliare il pubblico in Italia, dove continua ad essere conosciuto solo dai soliti "beneinformati", e invece no. Oltretutto stavolta c'è stata pure una buona presenza in radio e TV (soprattutto Rai) che in precedenza raramente lo avevano ospitato. E' questo il rammarico maggiore dopo una serata fantastica come quella di Orvieto.

Ma il calendario non dà tregua. A Roma in qualche modo ci si arriva, come da proverbio. Un concerto "à la carte" da solo, con il pubblico che sceglie dal menu del suo canzoniere (135 brani).

La location è bizzarra: il Nuovo Teatro Colosseo, un ex-cinema riconvertito a sala teatrale, col palco asimmetrico rispetto agli spettatori (chi si siede sulla sinistra avrà di fronte una parete!).
E qui arriva la delusione più cocente (per me). In termini generali, valutando popolarità e valore artistico, un teatro da 200 posti a Roma ritengo sia piccolo per un concerto di Pollina... e invece alla fine i presenti saranno solo una cinquantina. Pazzesco.
Non ne ho le prove, ma credo che anche il buon Pippo (che, se sta leggendo, potrà commentare) deve aver accusato il colpo.
Potrà essere stata la copiosa pioggia caduta sulla capitale? Una comunicazione carente? Un posto sbagliato? Tutto questo insieme? Altro ancora? Fatto sta che ancora una volta Pippo si presenta a Roma in un giorno tradizionalmente moscio (il lunedì), in un locale fuori di ogni circuito e praticamente senza promozione (se non il passaparola di fans e amici). Significativo che la signora Carmen (che richiede Gracias a la vida) abbia conosciuto Pippo solo due settimane fa, quando è stato ospite del "TG3 - Linea notte".
Il concerto è bellissimo come sempre, ma un leggero velo di malinconia aleggia per tutta la serata. Sul palco Pippo si dimostra per quello che è: bravo!

Anche se è un concerto "à la carte", sceglie lui almeno la metà dei brani; sono curiose però alcune richieste, come una ragazza francese che chiede Ne pas se pencher au dehors senza conoscerla... e poi scopre che nella sua lingua c'è solo il titolo! Si tornano ad ascoltare tanti brani che ultimamente venivano suonati un po' meno (Pristina '99, Camminando, 19 luglio 1992, Amsterdam, ...), ma anche Bella ciao e Chiaramonte Gulfi. Con il pubblico si instaura un buon rapporto, anche nei momenti in cui i brani vengono presentati attraverso aneddoti personali dell'autore.
Tutto scorre via liscio per un'ora e mezza nella quale dimostra, una volta di più, di essere straordinario interprete e strumentista, al piano, alla chitarra e al tamburello (quest'ultimo nella sanguigna Tammurra e vuci). Due bis richiesti a gran voce e poi via.

Agrodolce dicevo all'inizio: e infatti la bellezza di sentire il sempre bravissimo Pippo Pollina lascia il posto anche ad un po' di amarezza. Posssibile che non sia possibile far conoscere come si deve (in Italia) questo straordinario cantautore? Non è arrivato forse il momento di ribalte più prestigiose? Chi si occupa di Pollina nel nostro Paese dovrà pensarci con attenzione in prospettiva futura.

PS: per l'ultima foto ed il video di 19 luglio 1992 ringrazio Sebastiano Gulisano, per il video di Bella Ciao/Chiaramonte Gulfi, Donnigio.