lunedì 25 novembre 2013

25 anni fa

Chiarisco subito che il titolo non si riferisce al tempo che è passato dal mio ultimo post... anche se in effetti ho trascurato un bel po' queste pagine virtuali.

25 anni fa usciva l'album "Fisherman's Blues" dei The Waterboys. Era un compendio di due anni di sessions (dal 1986 al 1988) da cui scaturirono circa 100 brani registrati! Un disco meraviglioso già all'epoca, che ha visto susseguirsi negli anni edizioni sempre più estese che includevano gioielli non inclusi nella prima tiratura. Il mese scorso è uscita una ristampa colossale che include ben 6 CD (prezzo popolare, meno di 25€), mentre per i maniaci è stata realizzata la versione 7 CD (il settimo contiene alcune fonti di ispirazione per la band) + 1 LP (la ristampa dell'album originale in vinile). Il disco risulta uno straordinario mix di musica tradizionale scozzese, blues e country music, che non si finirebbe mai di ascoltare e che per me è stato la colonna sonora di tante giornate.
Durante le registrazioni di The Fisherman's Blues
Per festeggiare un album così particolare, i nostri eroi si sono riuniti sotto la guida di Mike Scott, il leader di sempre, ed hanno organizzato un tour che il 21 novembre scorso è arrivato a Roma, all'Auditorium Conciliazione, intitolato "Fisherman's Blues Revisited".
Riesco così a colmare la mia lacuna di non aver mai assistito ad un concerto dei Waterboys. La serata è in tema con la water del nome, infatti arrivo sotto un diluvio colossale, anche se i nostri non sono più tanto boys... Il pubblico anche è un po' attempato e la sala mostra parecchi spazi vuoti nel mezzo.
Il quasi cinquantacinquenne Mike Scott è decisamente in forma e la voce è sempre la solita: bellissima ed espressiva come (e più) di un Dylan delle highlands. Si alterna chitarrista e pianista con una freschezza ed una passione che contagiano la platea. Dopo un avvio un po' in sordina anche il pubblico partecipa con altrettanta passione. L'antica intesa con Steve Wickham (violino), Anthony Thistlethwaite (fiati e mandolino) e Trevor Hutchinson (basso e contrabbasso) si vede e si sente, come anche si nota lo straordinario supporto di Ralph Salmins (batterista negli ultimi due anni).
Mike Scott
Si parte con "Strange Boat" e poi la cover "Sweet Thing" di Van Morrison. Dopo l'inedita "Higherbound" si inseguono le note sull'onda dei ricordi: "A Girl Called Johnny" dall'album d'esordio, scritta 32 anni fa. Più avanti è la volta di "When We Will Be Married?" e a metà concerto c'è la doppietta poderosa di "Raggle Taggle Gypsy" (sì, quella maltrattata in italiano da Branduardi con "Vai cercando qua, vai cercando là"...), seguita da "We Will not Be Lovers" ed il pubblico entusiasta che si spella le mani. E' un concerto che non dà pause e Mike Scott si concede anche breve racconto per spiegare come conobbe "I'm So Lonesome I Could Cry" di Hank Williams, della quale fanno una cover struggente e appassionata. Si va verso la conclusione e arrivano brani come "Don't Bang the Drum" e "Fisherman's Blues" che  lasciano senza parole per intensità e sembrano venire da una dimensione senza tempo, tipica solo dei grandi pezzi che non invecchiano mai e che potremmo riascoltare mille e mille volte. E' il momento dei bis richiesti a gran voce da un pubblico ormai in piedi: "You In the Sky" dalle sessions di cui sopra (ma che apparve su Book of Lightning vent'anni dopo!) e  la splendida "The Whole of the Moon". Conclude "Saints and Angels".
Una serata bellissima ad opera di vecchi leoni della musica britannica che hanno sempre messo al primo posto l'attività dal vivo. E si vede.

NB: i brani sottolineati aprono un link su YouTube con registrazioni tratte da questo concerto

venerdì 25 maggio 2012

Finzione... Finzione...

Ci sono storie che hanno a che fare con un non-meglio-specificato senso di appartenenza.
Il nuovo film di Ferzan Özpetek "Magnifica Presenza" rientra a pieno titolo in questa categoria. Almeno per chi come me trova talmente familiari i luoghi ed i temi della pellicola da sentirsi completamente a proprio agio.
Non sto qui a raccontare la trama del film, ad ogni modo, sia detto per chiarezza, la storia racconta le vicende di Pietro (Elio Germano), pasticcere e aspirante attore, che va ad abitare in una casa che ospita i fantasmi della Compagnia teatrale Apollonio.
Ambientato nella mia Monteverde, il film è in realtà un'astrazione che prescinde tempi e luoghi, esattamente come dovrebbe essere una storia di fantasmi che si rispetti. Il tono riesce a variare più volte all'interno della narrazione filmica, per cui ci si trova ad oscillare fra i ritmi tipici della commedia (l'arrivo del protagonista nell'appartamento) ed i momenti di suspense (la rivelazione delle presenze spiritiche), garantendo una gradevolezza narrativa non comune.
Paola Minaccioni ed Elio Germano
Trovo particolarmente felice la mano del regista nel dirigere un protagonista straordinario, affiancato dalle ottime prove di Paola Minaccioni (la cugina Maria), Giuseppe Fiorello, Margherita Buy e Vittoria Puccini.
Ma sono soprattutto gli argomenti che sottendono alla trama principale ad esercitare un fascino speciale. 
Il teatro su tutti, che non si risolve solo nella funzione di spettacolo, ma che è al tempo stesso vita: bellissime, ad esempio, le scene del casting e della preparazione di Germano da parte dei fantasmi. Ma il teatro è anche libertà ed i riferimenti al passato (l'occupazione del 1945) fanno scaturire il tema del rapporto tra finzione e follia nell'ultima metà del film.
Altro argomento forte è quello dell'omosessualità (è un film di Özpetek o no?), che si arricchisce di spunti sognanti (il fantasma poeta), violenti (il pestaggio) ed irreali (la scena un po' troppo criptica del laboratorio).
Ci sono poi i temi storico-politici (il Risorgimento e la Resistenza) che vengono trattati con un tono che alterna leggerezza e nostalgia, ma anche una sottile critica all'Italia di oggi che si manifesta attraverso le domande della Compagnia che prova a capire come funziona il nostro Paese.
Non ultimo il tema della psichiatria che interpreta anche ciò che non capisce. "La menzogna alle volte può essere convincente, la realtà lo è molto di più".
Ferzan Özpetek mentre dirige Elio Germano sul set
Qua e là mi sembra di cogliere un'altra "presenza":  sotto innumerevoli aspetti possiamo intravedere un riferimento, forse involontario, a Nanni Moretti. Di Monteverde (quartiere storicamente morettiano) ho già detto, ma non manca anche l'ambientazione in pasticceria (la mia Pasticceria Andreotti, che ho illuminato sei anni fa), per non parlare del casting effettuato da Daniele Luchetti e dell'utilizzo del ballo come comunicazione "ulteriore" fra i personaggi. A completare tale vicinanza con Moretti: le comparse dei cardinali a Cinecittà sono quelle di "Habemus papam"!!!
E' bello anche ritrovare la partecipazione di Anna Proclemer, in un ruolo davvero intenso e centrato. Anche questo recupero di grandi attori di un recente passato, come fu per Massimo Girotti in precedenza, sta diventando una cifra stilistica del regista di origine turca.
Il finale del film credo che sia particolarmente bello, come nella migliore tradizione dell'Özpetek di "Cuore sacro" e "La finestra di fronte". Assistiamo infatti ad una vera e propria liberazione che partendo dal mio quartiere, si sposta sul mio tram (l'8 che arriva a Largo Argentina) ed arriva al mio Teatro Valle (oggi significativamente "occupato").
C'è da dire che la critica ha un po' bistrattato il film (ad esempio Natalia Aspesi su Repubblica), invece l'ho trovato bilanciato, scorrevole, ben recitato, ottimamente diretto, ... in una parola? Magnifico.
La "mia" casa in via Cavalcanti

lunedì 16 aprile 2012

Un palco per due

A distanza di più di un anno torna a Roma Ólafur Arnalds
Il nuovo tour arriva dopo ben due album pubblicati negli ultimi quattro mesi: prima il piccolo album (meno di mezz'ora) "Living Room Songs" frutto di una settimana di registrazioni domestiche, nella quale ogni giorno è stato registrato un brano, condiviso online in tempo reale (livingroomsongs.olafurarnalds.com), poi, a febbraio, la colonna sonora per il film "Another Happy Day" di Sam Levinson e con Ellen Barking e Demi Moore.
Nelle scorse settimane poi ha voluto condividere sulla rete lo streaming delle registrazioni con orchestra, che faranno parte di un nuovo lavoro, ha annunciato un nuovo EP e sta dando forma ad un progetto parallelo chiamato Kiasmos.
Insomma parlare di artista vulcanico può sembrare una battutaccia, visto che si tratta di un islandese, eppure il nostro Óli sembra davvero in un momento di creatività dirompente e la sua esibizione al Brancaleone si annuncia irrinunciabile. Motivo in più per non mancare, è l'abbinamento con il tour di Nils Frahm, talentuoso musicista tedesco con il quale condivide l'etichetta discografica (Erased Tapes) ed il prossimo EP ("Stare").
La serata inizia proprio con Nils al piano che inizia il proprio set con "Said and Done". La sua è una musica che attrae per la dinamica sempre mutevole, all'interno di ripetizioni cicliche che rimandano ai grandi del minimalismo, ma con una freschezza ed una personalistà emozionanti. Nils prende per mano gli ascoltatori e li imprigiona nella propria ragnatela di suoni, ora dolci e suadenti, ora aspri e meccanici.
C'è spazio anche per un'estratto da "7 Fingers", album (bellissimo, come avrò modo di dirgli nel dopo-concerto) condiviso con la violoncellista Anne Müller (già vista con Agnes Obel) che sale sul palco per l'occasione.
Il set termina con un bellissimo brano (forse tratto dal prossimo disco), nel quale Arnalds raggiunge Frahm al piano, per un'esibizione a quattro mani, nella quale possiamo vederli ridere divertiti (anche a causa di un tasto difettoso sulla tastiera...). E' davvero un bel cima quello che si respira in questa ultima data insieme: al termine delle proprie tournée, hanno unito le proprie date condividendo per due settimane i palchi di mezza Europa.
Un inconveniente tecnico al Macbook di Ólafur causa più di trenta minuti di ritardo al set del pianista islandese, alla fine la soluzione viene trovata in un "vecchio" campionatore M-audio che fortunatamente era stato portato di scorta.
Ma neanche questo problema riesce ad intaccare una serata che sembra nata proprio sotto una buona stella (dovessi fare un cd live, ne pescherei a piene mani). 
Ólafur inizia da solo, ma ben presto viene raggiunto sul palco dalla già citata Anne Müller e dal violinista islandese Viktor Orri Árnason. E' proprio dall'interazione fra i tre che vengono fuori momenti di assoluta bellezza, nei quali mi lascio trasportare con piacere, nonostante la scomoda sistemazione in piedi del pubblico. Il momento di assolo di violino ha in sé una forza ed un coinvolgimento da rito pagano dell'Europa del Nord. Meraviglioso.
Si succedono brani recenti ("Near Light", "Ágúst"), ma anche già noti (su tutti la splendida "Gleypa okkur") .
Si divertono anche i musicisti sul palco, in particolare il nostro Arnalds che, forse per smitizzare il proprio ruolo, introduce la splendida "Poland" spiegando come in realtà il brano sia nato a causa di una notte insonne in pullman passata a bere vodka, che ha così influenzato il successivo soundcheck polacco, nel quale ha composto il brano. "Altro che ispirazione..." suggella il nostro sorridendo.
Nel parlare della musica di Ólafur Arnalds, si fa riferimento ai soliti Chopin e Schubert, ma quello che propone in realtà il nostro amico è qualcosa di assolutamente nuovo e personale. Si tratta di musica che possiamo definire classica, ma figlia al 100% del XXI secolo. E' proprio questa la caratteristica che più colpisce dell'intero catalogo della Erased Tapes, che meriterebbe un approfondimento a parte (e non è escluso che lo faccia).
Il crescendo di emozioni, un mix di intimità e vigore, culmina col ritorno sul palco di Nils Frahm che si unisce al trio per un'improvvisazione: "Nella stessa tonalità?" chiede ironicamente prima di cimentarsi con un synth analogico. E' un momento di rara intensità che potete vedere grazie alla provvidenziale registrazione di Monica (questo è il link su YouTube) la quale ha caricato anche gran parte del concerto.
E si prosegue con gli ultimi brani nei quali viene anche svelata l'origine del brano "Ljósið": era stato commissionato per una pubblicità di vasche da bagno, ma scartato... "forse perché non era abbastanza stupido". Si conclude tra grandi applausi, ma c'è ancora tempo per un bis "Lag Fyrir Ömmu" (La canzone della nonna) per congedarsi con quel pizzico di commozione che non guasta.

mercoledì 15 febbraio 2012

Piano gentile

E' gentile il primo aggettivo che mi viene in mente pensando ad Arturo Annecchino. Un po' per i modi garbati che ha nel proporsi al pubblico, un po' per la sua musica, che mette a proprio agio l'ascoltatore e che proprio per questo impiega poco ad entrare nel cuore di chi si avvicina alle sue note.
E' uscito ad ottobre scorso il terzo album della serie Midnight Piano (stavolta dal titolo ancor più sintetico: "Midpiano 3") e l'occasione da non perdere è rappresentata dal suo concerto dal vivo al Teatro Eliseo di Roma, il 6 febbraio.
L'ingresso a teatro prevede una significativa performance di Alice Sforza, sulla scala di accesso, dal titolo "Eyes". La performer è seduta bendata sui gradini, mentre il suo sguardo è riprodotto sul computer che porta in braccio.
Il concerto invece si svolge su un palco dove è stata lasciata una scenografia del "Romeo e Giulietta" (di cui ha composto le musiche), che dà l'idea di trovarsi in un esterno (una piazza?), mentre le luci basse consentono di rendere visibile il disco bianco della luna al di sopra dei tetti.
Eppure la musica di Annecchino è realmente senza spazio e senza tempo ed i riferimenti veri sono nell'anima di ogni ascoltatore, che chiudendo gli occhi ha modo di collocarsi in una dimensione altra, che è quella del pianoforte e delle sue melodie.
Da sempre dedito alla musica per il teatro (ma anche cinema con "La bellezza del somaro"), Arturo Annecchino non è un pianista classico nel senso tradizionale del termine e, come lui stesso dichiara, è in gran parte autodidatta. Per trent'anni si è messo al servizio di produzioni teatrali in tutta Europa, soprattutto con il celebre regista tedesco Peter Stein, e solo dal 2007, grazie alla sensibilità dell'etichetta Storie di Note di Rambaldo Degli Azzoni, viene alla ribalta discografica come autore.

Arturo Annecchino e Alice Sforza
Il pubblico sta imparando a conoscerlo pian piano e per l'appuntamento all'Eliseo è abbastanza numeroso e segue con attenzione l'ora abbondante di musica. I brani sono quasi tutti estratti da "Midpiano 3", che appare anche dal vivo un'opera matura e piacevole nella sua gentilezza. Nel finale c'è anche modo di apprezzare una misurata contaminazione elettronica (fatta di loop ed effetti) che proviene dalla valigia che l'autore ha portato con sé sulla scena.
Una prova indubbiamente positiva che scalda il cuore di tutti, mentre fuori c'è una insolita neve romana.


Le fotografie sono di Pietro Pesce. Grazie a Lara Maroni di Storie di Note.

venerdì 25 novembre 2011

Note dai climi freddi

Sono arrivato ad Agnes Obel leggendo una recensione sul Mucchio Extra, nella quale si faceva ammenda per aver ignorato l'album "Philarmonics" all'epoca dell'uscita (ossia nel settembre 2010). In realtà ben pochi possono dire di non averla mai ascoltata, visto che i suoi brani sono stati utilizzati in celebri spot (Nissan e Deutsche Telekom) ed in telefilm di grande ascolto (Grey's Anatomy).
Per registrare l'album d'esordio, la brava cantautrice danese ha impiegato sei anni (dal 2004 al 2010), ma il risultato finale è estremamente compatto ed omogeneo. Si percepisce una produzione eccellente che, come spesso accade, andrebbe verificata dal vivo, cosicché l'occasione del concerto romano al Palladium diviene irrinunciabile.
La serata (18 novembre) è nell'ambito della rassegna "Romaeuropa" e prevede anche due esibizioni di apertura ad opera di altri artisti provenienti da climi freddi: lo scozzese Martin John Henry ed i canadesi Evening Hymns. Entrambi nomi nuovissimi per me, costituiranno piacevolissime sorprese.

Martin John Henry
Martin John Henry, già leader dei Da Rosa, si esibisce da solo, accompagnandosi con chitarra acustica ed effetti. Si mostra semplice, divertito e cordiale e tra un brano e l'altro arriva a definirsi "un semplice turista che è lì per caso". I 5 pezzi sono davvero notevoli e sono tratti dal suo album solista appena uscito ("The Other Half of Everything" su Gargleblast); spiccano soprattutto la suadente "I Love Maps" e la bellissima cover di "Cody" dei conterranei Mogwai. All'uscita non posso fare a meno di comprare il CD: davvero molto bello.

Evening Hymns
Pochi minuti ed è il turno degli Evening Hymns, ovvero Jonas Bonnetta (voce, chitarra ed effetti, nonché unico membro permanente della band) e la bassista Sylvie Smith. Brani davvero coinvolgenti e ricchi di fascino, un po' Bon Iver e un po' Timber Timbre, ma con personalità spiccata e talento da vendere. Meriterebbero più spazio in un concerto tutto loro e non è detto che ciò non accada, visto il loro amore dichiarato per Roma, ben ricambiato in questa serata nella quale eseguono magnifiche versioni di "Dead Deer" e "Lanterns". Da tenere d'occhio.

Ed ecco il momento dell'artista principale. Agnes Obel si presenta accompagnata al violoncello dalla tedesca Anne Müller (che ha da poco pubblicato con Nils Frahm l'album "7 Fingers" su Erased Tapes) e dall'arpista scozzese Gillian Fleetwood.
Anne Müller e Gillian Fleetwood
Sorprendentemente la minuta Agnes non sembra troppo concentrata all'inizio, forse la lunghezza del tour comincia a farsi sentire, tanto che invece di partire col secondo brano in scaletta, ricomincia con quello di apertura ("Liana") fra la costernazione delle due colleghe di palco. Dal vivo emerge in particolare la timidezza dell'artista danese, che si trincera dietro al suo piano, parlando pochissimo, anzi lasciando spesso alle altre il compito di presentare i brani e comunicare col pubblico.
Ma è con la musica che la Obel si esprime al meglio: si susseguono tutti i brani dell'album, sempre intensi e coinvolgenti, con belle variazioni di arrangiamento rispetto alle registrazioni, probabilmente a seguito della intensa attività concertistica dell'ultimo anno.
Agnes Obel
Brillano le esecuzioni delle magnifiche "Just So" e "Beast", per non parlare dell'incanto nel quale il pubblico si immerge sulle note di "Riverside""Close Watch" invece è una cover (di John Cale) che rende merito anche all'abilità di arrangiatrice della nostra, mentre è la voce di "Brother Sparrow" che credo rimarrà indelebile nella mia memoria. Non mancano un paio di involontari siparietti: quando la Müller rompe l'archetto (avreste dovuto vedere l'espressione furente!) o quando la Obel non riesce ad aprire una bottiglietta d'acqua, fino a che uno spettatore sale sul palco per aiutarla ("I'm too weak..." si giustifica lei). I cento minuti di concerto scorrono via piacevolmente, tanto che al termine tornano sul palco due volte per i bis, che terminano, per ammissione della stessa cantante, perché il repertorio è terminato!
Forza Agnes, servono altri brani, bisogna quindi mettersi al lavoro per un nuovo disco... sperando che non ci vogliano altri sei anni!

sabato 30 luglio 2011

L'anima del rock

Capita a volte di assistere ad un concerto ed avere una determinata sensazione, positiva o negativa, senza riuscire a mettere a fuoco a che cosa sia dovuta.
Stavolta invece mi era tutto chiaro. Fin dall’inizio.
Nella consueta cornice estiva della cavea dell’Auditorium (“Luglio suona bene”), Lou Reed si è presentato a Roma per l’ultima tappa italiana della tournée, intitolata significativamente “Power Rock Tour 2011". Il timore, tipico di questi casi, era quello di assistere alla tarda esibizione di una cariatide del rock: uno che ha iniziato con i Velvet Underground dell’epoca di Nico e di Andy Warhol (quarantaquattro anni fa!!), al centro di una scena newyorkese di cui oggi esiste ormai solo il ricordo.
La carriera del nostro si è poi dipanata come solista a partire dal 1972, tra alti memorabili e bassi sconfortanti (vedi "Metal Machine Music").
Passate le 21 e 30, il sole tramonta fra nuvoloni neri che minacciano pioggia. Lo spettacolo può avere inizio. Nel buio una torcia elettrica fa strada fino al centro del palco, dove Lou Reed viene aiutato ad imbracciare la fedele chitarra elettrica: “Who Loves the Sun”.
Ed ecco che parte un suono impressionante per dinamica, ritmo, tecnica e passione: è il rock, cazzarola, quello vero! Mi ripeto: assistere ad una performance del genere è impressionante, perché ormai i palchi sono pieni di finti rocker, replicanti che si atteggiano in acconciature di tendenza e pose legate all’immaginario del genere. Lou invece è rock, punto e basta. Anche se il fisico non è più quello di una volta, ha un’anima potente che si manifesta anche quando biascica nel microfono al limite della stonatura e strapazza le sei corde. E allora avanti con “All through the Night” e “Smalltown”. Quando è il momento di "Ecstasy" Lou Reed coglie l'occasione per dedicare il concerto ad Amy Winehouse, scomparsa due giorni prima.
E' una figura granitica quella del leader in mezzo al palco, che si rivolge alla band con continui cenni, per far capire che non si fa per finta, che la band non è fatta di turnisti fantoccio e che il leader vuole il massimo da ognuno di loro mentre li guarda, li guida, li riprende…
Il vecchio Tony "Thunder" Smith alla batteria è il perno che consente l'inserimento del resto della band che comprende le chitarre di Tony Diodore e Aram Bajaklan, il basso di Rob Wasserman, le tastiere di Kevin Hearn, i sassofoni di Ulrich Kreiger ed i gingilli elettronici pilotati da Sarth Calhoun.
Il concerto prosegue esprimendo memorabili versioni di "Mother", "Venus in Furs" (wow!!) e "Sunday Morning".
Quando dopo un'ora e mezza si chiude con "Sweet Jane" (wow-wow!!!!) sembra sia dura farli ritornare sul palco, ma alla fine i lenti passi di Lou lo riportano davanti ad un pubblico entusiasta per un bis di tre brani che culmina in una magica "Pale Blue Eyes".
La sensazione finale è che esistono cose che non si imparano ed il rock è una di queste. Il rock è tutt'uno con la vita e non una moda: Lou Reed ed un'intera generazione sono ancora qui a dimostrarlo e a ricordarcelo. Grazie Lou.

mercoledì 6 luglio 2011

Scelsi... e conseguenze

Confesso. Sono un appassionato, estimatore, conoscitore e collezionista della galassia Franco Battiato, al limite della maniacalità. Ho iniziato circa 30 anni fa ad approfondire l'arte del musicista siciliano e da allora l'ho seguito anche in momenti non brillantissimi (la moscissima trilogia di "Fleur").
Spesso le strade che Battiato percorre risultano assai tortuose, come dimostra il suo cinema e la sue composizioni di musica classica. Altre volte invece sorprende per la propria "semplice profondità", come nelle canzoni pop e nelle sue opere pittoriche (per le quali si avvale dello pseudonimo Süphan Barzani).
C'è poi la nicchia che conosco (e capisco) meno: il Battiato sperimentale, quello degli anni settanta contaminato da dodecafonia e rumorismo. Però ultimamente sto cercando di approfondire maggiormente proprio questo aspetto e mi sono fatto invogliare dall'occasione della serata intitolata Pranam, dedicata alla musica di Gurdijeff e Scelsi, nella quale Franco Battiato ha presentato in prima assoluta la composizione "scelsi Scelsi".
L'ambientazione è la sala Petrassi nell'Auditorium di Roma ed il titolo della serata è "Pranam. Scelsi e Gurdjieff, la leggenda di due uomini straordinari". Inizia un duo composto da Anja Lechner (violoncello) e Vassilis Tsabropoulos (piano) che esegue musiche del maestro-mistico armeno. I brani scorrono piacevolmente, accompagnati in un caso anche da filmati in cui si riconosce Gurdjieff in una Francia anni '20. La tecnica dei due musicisti è impressionante e devo dire che la violoncellista tedesca ha un approccio allo strumento con tanta personalità da farmi venire voglia di andare a cercare altri suoi lavori: ne riparleremo.
Poi segue l'esecuzione della Suite n.9 "Ttai" di Giacinto Scelsi. Tre quarti d'ora nei quali mi sento come Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film "Dove vai in vacanza?". Ma anche le persone accanto a me dopo una ventina di minuti di note al piano (apparentemente) sconnesse e casuali, mostrano segni di cedimento. Il maestro Carlo Guaitoli (da anni collaboratore di Battiato) sembra una marionetta che muove gli arti percorsi da spasmi aritmici. Ma questo è evidentemente dovuto alla mia ignoranza, visto che qualcuno riesce a capire anche quali sono le note finali ed esplode in un applauso convinto.
Poi tornano brevemente Lechner e Tsabropoulos, seguiti da una registrazione audio nella quale si ascolta una dichiarazione di Gurdjieff in francese sul senso del fare musica.
L'ultima parte è quella che più mi ha inquietato: Franco Battiato accompagnato al computer dal fido Pino Pischetola (Pinaxa per gli amici) suona una serie di effetti elettronici (chiamati "Scélsi Scèlsi") che hanno lo stesso appeal della suite appena ascoltata, ma il pregio di durare dieci minuti scarsi. Il mio amico Cesare ha commentato: "Sembrano due ragazzini che giocano con la PlayStation". 
Giocano? Forse è uno scherzo? Qual'è il confine tra una seria ricerca di musica d'avanguardia ed il giocare ad intellettualizzare?
Sempre pronto ad ammettere la mia ignoranza, ma stavolta ho sentito puzza di bruciato caro Maestro Battiato...