mercoledì 6 luglio 2011

Scelsi... e conseguenze

Confesso. Sono un appassionato, estimatore, conoscitore e collezionista della galassia Franco Battiato, al limite della maniacalità. Ho iniziato circa 30 anni fa ad approfondire l'arte musicale del musicista siciliano e da allora l'ho seguito anche in momenti non brillantissimi (la moscissima trilogia di "Fleur").
Spesso le strade che Battiato percorre risultano assai tortuose, come dimostra il suo cinema e la sue composizioni di musica classica. Altre volte invece sorprende per la propria "semplice profondità", come nelle canzoni pop e nelle sue opere pittoriche (per le quali si avvale dello pseudonimo Süphan Barzani).
C'è poi la nicchia che conosco (e capisco) meno: il Battiato sperimentale, quello degli anni settanta contaminato da dodecafonia e rumorismo. Però ultimamente sto cercando di approfondire maggiormente proprio questo aspetto e mi sono fatto invogliare dall'occasione della serata intitolata Pranam, dedicata alla musica di Gurdijeff e Scelsi, nella quale Franco Battiato ha presentato in prima assoluta la composizione "scelsi Scelsi".
L'ambientazione è la sala Petrassi nell'Auditorium di Roma ed il titolo della serata è "Pranam. Scelsi e Gurdjieff, la leggenda di due uomini straordinari". Inizia un duo composto da Anja Lechner (violoncello) e Vassilis Tsabropoulos (piano) che esegue musiche del maestro-mistico armeno. I brani scorrono piacevolmente, accompagnati in un caso anche da filmati in cui si riconosce Gurdjieff in una Francia anni '20. La tecnica dei due musicisti è impressionante e devo dire che la violoncellista tedesca ha un approccio allo strumento con tanta personalità da farmi venire voglia di andare a cercare altri suoi lavori: ne riparleremo.
Poi segue l'esecuzione della Suite n.9 "Ttai" di Giacinto Scelsi. Tre quarti d'ora nei quali mi sento come Alberto Sordi alla Biennale di Venezia nel film "Dove vai in vacanza?". Ma anche le persone accanto a me dopo una ventina di minuti di note al piano (apparentemente) sconnesse e casuali, mostrano segni di cedimento. Il maestro Carlo Guaitoli (da anni collaboratore di Battiato) sembra una marionetta che muove gli arti percorsi da spasmi aritmici. Ma questo è evidentemente dovuto alla mia ignoranza, visto che qualcuno riesce a capire anche quali sono le note finali ed esplode in un applauso convinto.
Poi tornano brevemente Lechner e Tsabropoulos, seguiti da una registrazione audio nella quale si ascolta una dichiarazione di Gurdjieff in francese sul senso del fare musica.
L'ultima parte è quella che più mi ha inquietato: Franco Battiato accompagnato al computer dal fido Pino Pischetola (Pinaxa per gli amici) suona una serie di effetti elettronici (chiamati "Scélsi Scèlsi") che hanno lo stesso appeal della suite appena ascoltata, ma il pregio di durare dieci minuti scarsi. Il mio amico Cesare ha commentato: "Sembrano due ragazzini che giocano con la PlayStation". 
Giocano? Forse è uno scherzo? Qual'è il confine tra una seria ricerca di musica d'avanguardia ed il giocare ad intellettualizzare?
Sempre pronto ad ammettere la mia ignoranza, ma stavolta ho sentito puzza di bruciato caro Maestro Battiato...

mercoledì 6 aprile 2011

Piano Piano

Torna a Roma Ludovico Einaudi.
Sempre all'Auditorium, ma stavolta con "The Solo Concert" nella bellissima Sala Santa Cecilia. I posti sono andati a ruba, letteralmente, e quando un paio di settimane prima mi presento alla biglietteria scopro con disappunto che sono rimasti solamente una ventina di posti liberi, non di più (la capienza è di circa 3000!!!). Mi accontento dell'ultima scelta: i posti del retropalco.
Arriva il 23 marzo ed insieme ad un caro amico ci presentiamo con una mezz'ora di anticipo scoprendo con positiva sorpresa che in realtà il retropalco (in questo frangente) è un posto fantastico: vicinissimi al pianista, con un angolo che ci permette di coglierne tutte le espressioni del viso ed un'acustica eccellente.
Fino a cinque minuti dall'inizio le persone in sala sono poche, ma all'improvviso i posti si riempiono, le luci si abbassano e il concerto può iniziare.
Einaudi propone una serata di solo pianoforte, motivo per il quale (nei giorni precedenti) avevo voluto ripassare soprattutto i brani di qualche anno fa. Invece resto sorpreso quando ascolto i primi pezzi eseguiti, tratti da "Nightbook" e "Divenire". Mai avrei immaginato che nell'arrangiamento "solo piano" potessero mantenere tale e tanta intensità ed emozione.
G.Segantini - Le cattive madri, 1894

Un'ulteriore chiave di lettura dell'universo compositivo di Einaudi, viene spiegata da lui stesso nell'unico intermezzo parlato.
Durante il concepimento dell'album "Divenire", infatti, confessa di essere stato colpito dalle opere di Giovanni Segantini. Il pittore tirolese, con il passare degli anni, ha cercato sempre più un senso di assoluto nelle proprie raffigurazioni dei paesaggi alpini, accentuando una tonalità di base quasi monocromatica. Ecco anche Einaudi ha svolto una ricerca analoga, ma in campo musicale. La ricerca di una tonalità base lo ha portato a scomporre le note del pianoforte nelle componenti attack-decay, accentuando proprio quest'ultima.
Be', sembrerà incredibile, ma di recente ha scoperto di poter ricreare anche dal vivo questo effetto, grazie all'ausilio del suo iPod! Ed eccolo lì il maestro torinese, che nel bel mezzo del concerto gira la rotellina del proprio lettore mp3 quasi fosse la naturale estensione della tastiera, conferendo alle proprie note una magica dilatazione.
Si susseguono brani di varie epoche: da "Snow Prelude" ad "Andare" passando per "Indaco", "Berlin Song" e "Fly". Si prosegue così in una bellissima atmosfera, appena disturbata da eccessi di tosse (qualche spettatore appare pronto per il sanatorio...) e dai troppi flash: il ragazzo alla mia sinistra ad esempio non si accorge del fastidio che provoca il suo autofocus, tanto che Einaudi interrompe l'esecuzione all'inizio de "I giorni" (ultimo bis) lanciandogli un'occhiata feroce.
Un concerto bellissimo ed emozionante di un artista di livello altissimo: sarà bello da ricordare nei giorni a venire, compiacendomi del fatto di esserci stato.
photo courtesy Teresa (forum www.ludovicoeinudi.com)

venerdì 11 febbraio 2011

Casa e bottega

Precisiamo subito: non si tratta di una mostra di pittura. 
"Caravaggio - La bottega del genio", allestita a Roma nelle sale quattrocentesche di Palazzo Venezia, è un laboratorio. Il tema è quello di riuscire a ricostruire come poteva essere strutturato l'atelier romano di un artista quale Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio.
E' faccenda interessante, questa, sotto molti punti di vista. Una pittura così innovativa per l'epoca mostra anche espedienti tecnici particolari, soprattutto per le famosissime luci ed ombre, che oggi potrebbero essere realizzate grazie ad una progettazione di luce artificiale per sala pose, ma che a cavallo tra il XVI e il XVII secolo dovevano essere create (o immaginate!) mediante soluzioni illuminotecniche mai viste prima. Oltretutto il Merisi non ha mai avuto veri e propri allievi a cui poter insegnare la propria arte, in quanto la cosiddetta scuola dei "caravaggeschi" in realtà si ispirava solo allo stile delle sue pitture, ma non aveva alcuna derivazione diretta dall'artista.
Non essendoci testimonianze dirette, gli allestitori hanno basato le proprie ipotesi su commenti di contemporanei quali Mancini, Bellori ed altri, ma in particolare sull'atto di pignoramento del 1605 con il quale la padrona di casa si rivalse sul Merisi che non pagava l'affitto da 4 mesi. In quell'atto abbiamo conferma che presso il proprio studio il Caravaggio utilizzava specchi (addirittura c'era uno scudo a forma di specchio!).
La mostra quindi cerca di far capire proprio questo: quanto fossero legati tra loro gli studi sull'ottica e sul controllo della luce, con il modo di dipingere così realistico che rende ancora inimitabile il pittore lombardo.
Si inizia da una sala nella quale sono riprodotti i documenti di cui abbiamo parlato, per poi passare ad un ambiente dove viene ricreato un modello in vetroresina del "Bacchino malato" a dimensione naturale. Qui si evidenzia il ruolo dell'illuminazione proveniente dalla finestra e di come sia assai probabile che l'opera sia in realtà un autoritratto effettuato utilizzando uno specchio.
Si procede poi analizzando come Caravaggio possa aver sperimentato una camera oscura con foro stenopeico (come nelle macchine fotografiche) per riprodurre soggetti statici (es. "La canestra" di frutta), aiutandosi con lenti e specchi per mantenerne la scala e le proporzioni. Erano anni di straordinario fermento nello studio dell'ottica, anni nei quali Galileo stava per costruire sistemi ottici quali i telescopi che gli consentiranno di osservare le macchie solari. Una sala pertanto è dedicata proprio a ricreare una camera oscura.
La sezione successiva è da tuffo al cuore, per chi come me è innamorato di questo artista: viene ricreato l'intero set del dipinto di "San Girolamo scrivente" (anche questo in vetro-resina). Viene simulato un taglio di luce naturale che colpisce uno specchio concavo, con il risultato di un controllo dell'emissione luminosa "a spot" come siamo abituati a vedere oggi, soprattutto in ambito teatrale. La meraviglia non termina qui: viene posizionata una tela per trovare l'angolo nel quale abbia potuto lavorare Caravaggio, ma si scopre che sarebbe un punto troppo vicino al soggetto, che gli avrebbe fatto perdere la visione d'insieme. Basta però girarsi di 180° e mettere ad uno specchio sulla parete di fronte per trovarsi davanti l'opera così come la conosciamo oggi. Impressionante.
C'è poi un'ultima sala dedicata alle ricostruzioni: ecco "Medusa" (altro probabile autoritratto) che viene plasmata grazie ad uno specchio convesso (il famoso scudo a specchio?).
La visita termina in un locale dove viene ricreato lo studio del pittore utilizzando tutti gli articoli citati nel pignoramento di cui abbiamo detto all'inizio.

Gran bella mostra, dal significato didattico intenso e coinvolgente. La raccomando a tutti gli appassionati dell'opera caravaggesca, ma anche a chi si occupa oggi di lighting design e di illuminazione, magari partecipando anche alle conferenze parallele chi si tengono il martedì ed il giovedì pomeriggio.
La mostra è aperta tutti giorni dalle 10 alle 19 (tranne il lunedì) fino al prossimo 29 maggio.

martedì 1 febbraio 2011

Storie di Cavalieri e Mujahidin



"Per fortuna c'è la musica". Così esordisce Nabil Salameh davanti al pubblico della Sala Sinopoli all'Auditorium di Roma.
Nabil, insieme a Michele Lobaccaro, guida il progetto Radiodervish, da sempre dedito all'arte della commistione di generi, lingue e culture musicali. Le radici del gruppo sono equamente divise tra Puglia e Palestina, e si nutrono in un terreno fertile per accogliere ogni influsso che si spanda dal Mediterraneo.
Con il nuovo album intitolato "Bandervish", i Radiodervish hanno raccolto un'ennesima sfida, insieme al fido tastierista Alessandro Pipino: rivestire con arrangiamenti bandistici brani vecchi e nuovi.
L'idea nasce dall'incontro con il maestro e fisarmonicista Livio Minafra e coinvolge la Banda "Giuseppe Verdi" di Sannicandro di Bari. L'idea è in realtà meno bizzarra di quanto possa sembrare inizialmente. Ultimamente capita spesso di vedere artisti (quali Peter Gabriel, Sting, ma anche Franco Battiato, Carmen Consoli, Pippo Pollina, ...) che provano a dare maggior risalto al proprio repertorio mediante arrangiamenti per orchestre sinfoniche, con risultati invero molto diversi tra loro.
In questo caso i Radiodervish puntano sull'orchestra popolare per definizione: la Banda. L'intuizione (già manifestata da Jovanotti nel tour del 1997) si dimostra particolarmente felice ed il disco, pubblicato nel giugno scorso, si fa apprezzare particolarmente, tanto da meritare il tutto esaurito in una ribalta d'eccezione come il Parco della Musica di Roma.
Il concerto inizia con brano della Banda, diretta dal maestro Loiacono, che ci porta immediatamente in paesaggi sonori tipicamente meridionali, dopodiché inizia il vero e proprio racconto musicale di Bandervish: un viaggio che colpisce dritto al cuore per passione, sensibilità, bellezza. Un viaggio d'amore e sull'amore, quello che lega uomini e popoli, generazioni e idee, musiche e religioni.
Si susseguono storie e lingue che si mescolano tra loro, fino a diventare una cosa sola attraverso la straordinaria voce di Nabil ed i suoni evocativi dell'"orchestra del popolo". A partire da "Les lions" che sfiora quelle vite che sono costrette a lasciare l'Africa loro malgrado, passando attraverso la multietnica Gerusalemme di "Ainaki", alla programmatica "Centro del Mundo" e alla delicatezza di "Ti protegge". Significativa anche la scelta di due cover: un brano medievale andaluso ("una terra dove - ricorda Nabil - convivevano serenamente le culture cristiana, araba ed ebraica") ed il tradizionale iracheno "Fogh en Nakhal" (del quale qualcuno ricorderà la versione di Battiato a Baghdad).
Per quanto mi riguarda, riesco a stento a trattenere le lacrime durante una versione di "Tancredi e Clorinda" struggente e appassionata, nella quale risulta impossibile non farsi coinvolgere dall'amore impossibile e tragico descritto nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. Qui però la storia non finisce con la conversione forzata del libro, ma si apre ad un amore che si sublima nel superamento della diversità. Indimenticabile.
Non mancano momenti più "leggeri", come quando il maestro Minafra (scalzo per l'occasione) invita il pubblico ad accompagnare l'inizio e la fine di "All My Will" facendo tintinnare le proprie chiavi! Il pubblico, che in parte è tipico da auditorium (ovvero molto compassato), inizialmente mostra una certa ritrosia a lasciarsi coinvolgere, ma si vedono anche signori di una certa età divertirsi ad accompagnare il brano con il mazzo di chiavi o con il battito delle mani. "Per fortuna c'è la musica".
E il pubblico apprezza questa musica intrisa di anime ed umanità. Davanti a brani dotati di una bellezza indiscutibile come "L'esigenza" o "L'immagine di te", che chiude il concerto, scrosciano applausi ed apprezzamenti convinti. Nabil si schermisce: "Grazie! Ma così ci viziate...".
E' un clima magico e senza tempo quello che si è creato e riesce difficile accettare la fine di un'esibizione dopo appena un bis: "Abbiamo finito i brani in repertorio, a meno di non ricominciare da capo..." sembra scusarsi Nabil.
"Per fortuna c'è la musica". E i Radiodervish.


martedì 14 dicembre 2010

L'uomo e la maschera

Stavolta una precisazione è assolutamente necessaria. Nel campo della danza sono un "absolute beginner" (come direbbe Bowie) e questa non ha la minima pretesa di essere una recensione: ciò che scriverò di seguito è solo frutto di sensazioni personali delle quali mi piacerebbe rendere partecipi i miei (pochi) lettori, e che probabilmente mostrano una fragilità evidente agli occhi di chi ne sa di più. 
Ciò nonostante...

Dal 30 novembre al 5 dicembre, al teatro Vascello di Roma, è andato in scena "Pulcinella, opera per danza e maschera" di Aurelio Gatti, con la compagnia di danza MDA, attiva stabilmente dagli anni settanta, sempre sotto la guida del maestro Gatti.
"Pulcinella" (la cui prima messa in scena risale a circa 10 anni fa) è un lavoro incentrato sulla figura di un uomo che, all'interno di un magazzino pieno di scatoloni abbandonati, viene a contatto con quattro figure di Pulcinella tra loro complementari, ed un'inquietante bambola meccanica. L'uomo farà quindi esperienza delle sfaccettature dei Pulcinella, in una sorta di viaggio che rimanda a temi assoluti di vita e di morte, alla ricerca del significato delle cose e in primis del tempo. Nel finale l'uomo troverà risposta divenendo anche lui simile a Pulcinella.
La scenografia è costruita attorno agli scatoloni che inizialmente contengono i personaggi, ma che poi si trasformano in tanti modi, persino in nave o in tribunale!
I movimenti dei sei personaggi sono per lo più corali: gli spazi individuali sono raramente solistici. Ne risulta quindi uno spazio scenico sempre dinamico, in ogni angolo del palco. E indubbiamente la conformazione del teatro aiuta a vedere bene questi movimenti, grazie al boccascena all'altezza della prima fila. Mi colpisce poi come ogni movimento dei singoli sia collegato e sincronizzato in un'azione collettiva, dove lo stile rimanda frequentemente ai gesti tipici del mimo.
Da sottolineare la bellezza delle musiche (opera di Marco Schiavoni) che riescono a fondere atmosfere partenopee e rimandi etnici. Il tema principale della colonna sonora è di quelli che ti trovi in testa ancora a distanza di giorni e si lega bene al campionamento della voce del Pulcinella del Gianicolo, con la quale sono cresciute generazioni di romani (come me).
Le identità dei danzatori-Pulcinella sono completamente nascoste dalle maschere e dai costumi ed è bello scoprire solo nel saluto finale che si tratta di donne di varie età ed esperienza, ma tutte ugualmente brave: Gianna Beduschi, Gioia Guida, Marica Zannettino e Carlotta Bruni. Molto brava anche Luna Marongiu nel ruolo della bambola, che a dispetto della meccanicità dei gesti riesce bene ad esprimere la drammaticità e la cupezza del personaggio. E poi Aurelio Gatti...: pur essendo il danzatore che si muove meno, è indubbiamente il motore dell'intero lavoro. La sua è una presenza magnetica che amalgama, gestisce e comunica. 
Una gradevolissima messa in scena che ho avuto il piacere di vedere ad una esibizione pomeridiana, nella quale ho notato molti  ragazzi: un gran bel modo di avvicinarsi al mondo della danza, direi. Anche per me.
Fotografie di Lucrezio de Seta

mercoledì 10 novembre 2010

Il sostenibile peso dell'oscurità


Fino a qualche settimana fa non sospettavo neanche dell'esistenza di Ólafur Arnalds. Poi all'improvviso mi imbatto nel video "Hægt, kemur ljósið" (Lentamente, la luce viene) su YouTube e scopro che di lì a poco sarà in concerto a Roma. Parte la caccia in rete alla scoperta dell'artista islandese e scopro che mi piace da matti.
Ólafur Arnalds nasce come batterista in un gruppo metal, genere con grandi tradizioni nei paesi scandinavi, ma dal 2003 è un pianista che pubblica album a proprio nome e che suona avvolto da un'aura di malcelato mistero. Il mistero è in parte dovuto ai titoli in islandese dei propri brani, alle atmosfere un po' oniriche e alla poca abitudine a mostrarsi in foto o in video.
Insieme a qualche amico coraggioso decido di scoprire la dimensione live del nostro amico che si presenta insieme ad un quartetto d'archi al Circolo degli Artisti (ingresso a offerta!).

Apre la serata il gruppo rock alternativo-sperimentale dei Kruk: un trio di giovanissimi romani che si cimenta con brani propri di talvolta anche interessanti, ma con qualche problemino di accordatura degli strumenti che li penalizza immeritatamente.
Finalmente arriva sul palco Ólafur accompagnato dalle 4 ragazze che compongono il quartetto di impostazione classica (2 violini, viola e violoncello). Il lungo ed esile pianista ci introduce timidamente nel suo mondo musicale fatto di strutture minimali e ripetitive con dinamiche dilatate nelle quali si alternano crescendo/diminuendo. Nel secondo brano (mi scuso ma non sono riuscito ad imparare nessun titolo in islandese) entra in scena anche un musicista dedito alla gestione di campionamenti ed effetti. La progressione dei brani lascia sempre più spazio alla interazione piano / elettronica, accompagnandosi con una serie di disegni animati in bianco e nero proiettati sullo sfondo, nei quali ricorrono immagini di uccelli stilizzati e alberi scheletrici. La scena è allestita con gusto minimale lasciando disseminate a terra lampade ad incandescenza che contribuiscono ad un clima più intimo e fiabesco.
Ólafur è bravo e il pubblico numeroso applaude convinto, tra un brano e l'altro. Pian piano si scioglie anche la naturale timidezza del compositore islandese che si sorprende per la compostezza poco italiana e si instaurano anche brevi scambi di battute con il pubblico ("Are you the kind of audience that screams for every thing I say? ... and if I say Berlusconi?").

L'ora abbondante di concerto vive un momento di particolare intensità durante il brano "3055" (questo l'ho capito...) tratto dall'album d'esordio "Euology for Evolution", nel quale si sviluppa un intenso crescendo d'archi ipnotico e affascinante. Bellissimo.
Personalmente mi sembra di cogliere in Arnalds molti riferimenti musicali ed artistici: partendo da una sensibilità estetica alla 4AD, fino a maestri come Pärt e Nyman, fino a recenti esperienze come Whitetree e Autechre. Eppure, nonostante i suoi 23 anni, Ólafur ha personalità forte abbastanza da distinguersi da ogni riferimento e creare un proprio universo musicale, che potrebbe portarlo davvero lontano.
Al termine del concerto riesce a concedere soltanto un bis al piano, prima di partire col bus a due livelli per Budapest, dove suonerà la sera seguente.
Un concerto che mi è piaciuto moltissimo e che mi spinge ad acquistare una copia dell'ultimo album "... and They Have Escaped the Weight of Darkness", ma che evidentemente è piaciuto anche al nostro Ólafur, visto che il giorno dopo scrive su facebook: "Thank you Rome! Most pleasant surprise of the tour so far! Did no expect to play for a packed Circolo degli Artisti of amazing people!"

Grazie a Donnigio per le foto del concerto

domenica 1 agosto 2010

Il diario notturno di Ludovico


Nell'afosa estate romana è arrivata d'improvviso una folata di aria fresca. Ludovico Einaudi infatti torna a Roma per la parte finale del tour "Nightbook", che proprio da qui è partito con l'anteprima mondiale per poi tornare anche nello scorso dicembre.
L'ambientazione stavolta è quella della Cavea, lo spazio all'aperto nell'Auditorium Parco della Musica, ed il concerto è inserito nel bellissimo cartellone della rassegna "Luglio suona bene".

La struttura può accogliere fino a 3000 persone ed è tutta esaurita. Pubblico quanto mai eterogeneo come età, ma anche come approccio: sono evidenti gli appassionati che conoscono a memoria il repertorio di Einaudi, ma anche persone che sono qui perché fa tendenza (riconoscibili dai firmatissimi abiti da sera).
Quando tutti hanno preso posto mi accorgo di un folto numero di persone che essendo rimaste senza biglietto si sono sedute sui gradini dell'area bar subito dietro il palco.
Calano le luci e parte un loop di piano campionato (The Planets), che evidenzia uno degli aspetti più importanti nelle sonorità di Nightbook: il rapporto del piano con suggestioni elettroniche (magnificamente guidate da Robert Lippok).
Einaudi è sul palco con cinque musicisti di bravura e versatilità impressionanti: più di tutti mi colpisce Mauro Durante che suona i tamburelli fondando su di essi una ritmica coinvolgente, ma all'occorrenza passa allo xilofono o al violino, ma anche gli altri non sono da meno: il giovane Federico Mecozzi che alterna violino, chitarre acustiche ed elettriche e basso; Antonello Leofreddi alla viola ed il violoncellista Marco Decimo che all'occorrenza suona anche uno xilofono.

Nella seconda parte del concerto resta solo il piano di Ludovico Einaudi per la parte più intimista di questo "diario notturno" che però torna a godere di tutto l'ensemble per il finale caratterizzato da un impressionante crescendo. Straordinarie sono le interpretazioni di "Lady Labirinth", "Berlin Song", "The Tower" e l'incandescente "Eros" che lo stesso maestro torinese ha definito "una sorta di rito pagano" nel quale si è rapiti dall'estasi di passione di un amore assolutamente sensuale.
Applausi forti e convinti con molti spettatori che acclamano a gran voce (sì, anche il sottoscritto) riuscendo ad ottenere un bis con il gruppo al completo. Al termine nuova ovazione (stavolta in piedi) ma a quanto pare non c'è possibilità di ulteriore bis. Mentre parte del pubblico inizia ad uscire, un sostanzioso gruppo (sì, anche il sottoscritto) continuano imperterriti a reclamare un ultimo regalo, che arriva puntuale: torna il solo Einaudi che si congeda con una struggente "Le onde", che (non mi vergogno a dirlo) mi provoca un attimo di commozione. Anche Einaudi sembra colpito dall'affetto del pubblico e si porta varie volte la mano sul cuore, mentre si inchina per ringraziare.
La presenza di varie telecamere fa sperare che un evento di questa portata e di questa intensità sia stato ripreso e possa quindi essere trasmesso in tv. Me lo auguro, soprattutto per chi non c'era.
Live photos courtesy Teresa (forum www.ludovicoeinaudi.com)